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Nonostante si percepiscano ancora adesso gli strascichi del duello mediatico, politico e giuridico che ha visto protagonisti il Ministro dell’Interno e Vice Primo Ministro Matteo Salvini e la Capitana della nave ONG Sea-Watch Carola Rackete, questo evento costituisce un ottimo terreno di analisi dell’attuale situazione politica italiana, sia per quanto riguarda le forze schierate nel Parlamento sia circa la posizione italiana sullo scacchiere europeo.

I flussi di immigrazione verso l’Italia, da parte di uomini in fuga dai campi di concentramento libici o da condizioni tragiche dei propri Paesi d’origine, continuano a far brulicare di mezzi marittimi, di storie, di vite e – purtroppo – anche di morti il Mar Mediterraneo. È un fenomeno che non si arresta da anni, nonostante tutti gli sforzi europei di poterlo regolare con l’ottica di un coordinamento sovranazionale, un’armonizzazione delle norme europee per accogliere in modo uniforme all’interno dell’Unione i migranti, oltre a tutti i mezzi internazionali per stringere accordi con i Paesi d’origine dei flussi, per prestare asilo e dare priorità a coloro che sfuggono da condizioni socio-economico-politiche critiche.

Tuttavia i propositi sanciti tramite la sottoscrizione di accordi europei o internazionali vengono spesso e volentieri disattesi dagli stessi Stati sottoscrittori. La conseguente perdita di fiducia reciproca tra i firmatari genera una reazione a catena di dissapori che si ripercuotono come sempre sulle vite dei più deboli.

Con il Regolamento UE di Dublino n. 604/2013, erano state gettate le basi per una distribuzione più equa dei flussi migratori in tutti i Paesi dell’UE. Il Regolamento stabilisce infatti “i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide”. Le problematiche che sono state però riscontrate riguardano la lentezza nella gestione delle domande d’asilo, dato che gli Stati che se ne devono occupare sono, nella maggior parte dei casi, gli Stati “di confine” dell’UE, tra cui si conta anche l’Italia. Un’ulteriore critica riguarda il comportamento degli altri Stati che, dopo l’espletamento delle procedure di richiesta di asilo da parte dei migranti, e prodotte negli Stati UE di arrivo dei flussi, possono anche rifiutare di accogliere nei propri confini i suddetti migranti.

Questo ha generato quel sentimento di diffidenza tra Stati che continua a far rischiare lo sbriciolamento dell’Europa e un rinnovato trionfo dei partiti nazionalpopolari che molto spesso sottendono a matrici di pensiero razziste e xenofobe.

Ad esacerbare la situazione e a rendere difficile l’identificazione di chi segue le vicende dei migranti con l’una o con l’altra parte, concorrono tutte le dinamiche che si producono come nel caso Rackete-Salvini.

L’ONG Sea-Watch, impegnata nel soccorso in mare dei migranti che fuggono dalle coste africane sulle “carrette del mare”, dopo aver soccorso dei profughi, fa rotta verso l’Europa. La Capitana chiede il permesso di attraccare nel primo porto sicuro sia a Malta sia alla Francia. La prima nazione declina la richiesta di soccorso della Capitana, la Francia invece sembra assente.

La Rackete invia comunicazione all’Italia che concede lo sbarco degli individui che presentano le condizioni sanitarie più gravi, ma senza concedere l’attracco e lo sbarco definitivo di tutti gli occupanti della nave.

Inizia così il braccio di ferro tra il governo italiano e la nave ONG, che ha visto il suo culmine nell’azione di sfondamento del blocco della Guardia di Finanza da parte della Sea-Watch.

Il contrasto si è concluso in Tribunale dove la Rackete ha ottenuto l’assoluzione con la motivazione di avere operato in funzione di una condizione di necessità e di un dovere di salvataggio di vite umane.

Le recriminazioni dall’una all’altra parte, dai sostenitori della Rackete e dagli elettori della Lega, non si fanno attendere. Ogni schieramento sfoggia una serie di opinioni che mescolano esattezze a fake news, esempi di buono spirito critico e umanità, che vengono però macchiate dal peccato della faziosità e dell’estremismo che si cela nei comportamenti di quelle che potremmo ormai definire le “tifoserie”, visto il livello a cui è scaduto il dibattito politico italiano.

Da un lato, il comportamento della Rackete ha rivelato un encomiabile coraggio e una dedizione totale a un ideale nobile e che dovrebbe essere condiviso da ogni essere umano, senza dimenticare i politici che reggono le sorti degli Stati, che dovrebbero proiettarsi verso la realizzazione di una equilibrata cooperazione internazionale per la risoluzione di problemi comuni.

La domanda che però potrebbe far vacillare il valore dimostrato dalla Capitana della Sea-Watch è fino a che punto si può accettare un’infrazione di un’ordinanza, di un regolamento, di un decreto di uno Stato, per perseguire i propri scopi? Se ogni individuo che fosse latore di alti ideali iniziasse ad applicare la propria visione di giustizia e di legge per perseguire i propri obiettivi, lo Stato inteso come detentore dell’ordine pubblico di una Nazione verrebbe privato della sua identità, della sua validità.

Prendendo in considerazione il personaggio di Salvini e le sue scelte, potremmo indubbiamente criticare la sua dissennata presa di posizione di rifiutare l’approdo e un primo stazionamento sul suolo italiano a dei veri e propri disperati, sfuggiti a orrori inimmaginabili. Per quanto la scelta da lui operata possa essere umanamente esecrabile, dal punto di vista politico il segretario della Lega sta conducendo una perfetta partita a livello interno, riscuotendo i consensi degli elettori che credono alle sue parole e che ritengono che le migrazioni siano il problema centrale su cui intervenire, per risollevare le sorti del Bel Paese. Il suo pugno duro sembra entusiasmare gli animi più inaspriti dall’insopportazione di una condizione di disagio (economico, generazionale, per la paura del futuro incerto) che chiede solo un capro espiatorio, come un migrante. Ma questo suo pugno duro pare riesca a mettere a segno ogni colpo, mostrando chiaramente di stare soddisfacendo tutto ciò che aveva promesso nella sua campagna elettorale.

Anche a livello europeo, il Vice Premier cerca di giocare una partita ardita ed ardua, cercando di avanzare le pretese italiane e le richieste di una genuina presenza europea non soltanto nei momenti di necessità in cui si richiede il supporto dell’Italia, ma anche nei momenti in cui lo Stivale è la Nazione che necessita di solidarietà da parte della grande Europa. La voce forte di Salvini però non sortisce ancora gli effetti sperati, per via della debolezza economica italiana, che è causa di un rischio di instabilità per tutta l’eurozona e che, a causa dei suoi problemi di crescita e sviluppo, non riesce a far valere le proprie ragioni con la forza che sembra contare più di tutte sullo scacchiere internazionale: la forza economica.

Nel caso di Salvini, la domanda che ci si dovrebbe porre è probabilmente opposta a quella sul comportamento della Rackete: fino a che punto la difesa della propria domestic jurisdiction (giurisdizione interna, prerogativa dello Stato che non può essere limitato neanche da Organizzazioni sovrannazionali, salvo casi specifici e di rilevanza cruciale) deve spingersi per difendere gli interessi del proprio Paese? Dinanzi all’UE, fino a che punto si può forzare la mano con queste manifestazioni di dissenso contro una mancanza di adeguato coordinamento tra Stati? E soprattutto, la tanto millantata difesa dei propri confini vale veramente il prezzo di vite umane?

A complicare la situazione da un punto di vista simbolico, ricorrono i vari premi che la Rackete ha racimolato in Europa. In primis dalla Spagna e, dulcis in fundo, anche dalla Francia, che l’ha insignita di un’onorificenza della repubblica francese per il comportamento dimostrato nei confronti dei migranti. Il premio francese solleva un polverone di critiche e di incomprensione circa le manovre politiche che i nostri vicini d’Oltralpe stanno portando avanti. Se in un primo momento la Francia non ha neanche risposto alle richieste della Rackete, perché insignirla di un’onorificenza dopo aver forzato un blocco statale italiano? E perché la Rackete stessa non ha deciso di salpare alla volta della Francia, al posto di rimanere ancorata al largo delle coste di Lampedusa dopo l’esplicito divieto del governo italiano?

La vicenda che sembra spegnersi a livello mediatico dovrebbe iniziare a far smussare le opinioni di entrambi gli schieramenti. Un eccessivo politically correct o radical chic-ismo da un lato, e una strenua difesa di un determinato stile di vita (che può comunque convivere serenamente con culture e necessità diverse) hanno fatto dimenticare la necessità di bilanciare gli interessi di cittadini dello Stato di destinazione dei flussi migratori e i bisogni dei migranti.

Questi ultimi necessitano della strenua difesa di diritti come la vita, la sicurezza, il ricongiungimento familiare, che trascendono qualsiasi ordinamento giuridico. Di contro, i cittadini di uno Stato come l’Italia hanno, forse, necessità di entrare in contatto con culture straniere in modo meno massiccio, favorendo un’integrazione graduale e naturale degli extracomunitari all’interno dell’assetto sociale, così da non creare nemmeno il tanto paventato shock economico che viene effettivamente apportato alle finanze di uno Stato, quando deve occuparsi della sicurezza dei migranti, secondo quanto stabilito da numerose Convenzioni Internazionali sottoscritte dalla Repubblica Italiana.

Le due esperienze contrapposte hanno in comune un sentimento di paura mista a un desiderio di speranza per ciò che prospetterà il futuro. Le crisi economiche che hanno contraddistinto il XXI secolo hanno ammannito un duro colpo al morale di varie popolazioni, costringendo numerose persone all’emigrazione, o molto spesso alla rassegnazione e alla diffidenza.

Ecco perché comprendere le ragioni di ognuno e far incontrare le necessità di sicurezza e di stabilità che accomunano tutti diviene un passo fondamentale per risolvere la divisione netta che si fa nel dibattito politico tra “fascisti” e “buonisti”, tra italiani e altri, ma soprattutto per dare a tutti l’opportunità di trovare nuove prospettive nelle proprie esistenze e di dialogare con l’Altro in un contesto meno teso.

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