ISTAT: la salute digitale delle imprese italiane

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Concluso alla fine del 2019, il Censimento permanente delle imprese prodotto dall’ISTAT ha fotografato la situazione delle imprese italiane riguardo i livelli di digitalizzazione e gli investimenti associati.

Il periodo considerato per i rilevamenti si riferisce al 2016-2018 e hanno mostrato che “la maggior parte delle imprese utilizza un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali (soluzioni cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali e, necessariamente, cyber-security)”.

Dal punto di vista quantitativo si riscontrano marcate differenze: sono le imprese più strutturate a investire maggiormente in tecnologia rispetto a quelle con numeri più esigui di dipendenti, passando da un 97,1% nel primo caso a un 73,2% nel secondo. Le aziende che investono maggiormente in digitale sono quelle relative alle telecomunicazioni, R&S, informatica, finanza, editoria e assicurazioni.

La ricerca ha comunque distinto le imprese italiane in quattro gruppi: le imprese asistematiche, ovvero quelle che comprendono l’importanza delle tecnologie ma che, per loro dimensioni o settore, non riescono a formalizzare la propria organizzazione in un’ottica digitalizzata; le imprese costruttive, il gruppo più numeroso, che avvertono la necessità di affrontare le sfide del mercato in ambiente digitale, e che quindi cercano di porre in essere tutte le condizioni per usufruire delle tecnologie; le imprese sperimentatrici che, dopo aver acquisito tutti gli strumenti digitali necessari al proprio sviluppo, cercano di trovare le soluzioni migliori per massimizzare il loro impatto sull’attività; e infine le imprese mature, il 3,8% del totale, che hanno trovato il loro equilibrio tra tecnologie da impiegare e i propri obiettivi di crescita.

L’appartenenza all’uno o all’altro gruppo influenza anche la percezione delle imprese circa gli effetti positivi e negativi della digitalizzazione: le aziende più mature avranno una considerazione migliore degli effetti positivi della tecnologia rispetto alle imprese che hanno utilizzato meno i moderni strumenti per massimizzare il proprio business. Lo stesso vale nel contesto della formazione. Nelle aziende di grosse dimensioni, vi è una larga percentuale di dipendenti che sono auto-formati, ma non per questo le imprese segnalano delle criticità circa il tema della cyber-security, che al giorno d’oggi riveste un’importanza focale in ambito lavorativo associato alle tecnologie. Le PMI invece sono meno inclini alla formazione circa temi come la raccolta e l’analisi dei Big Data, la stampa 3D o l’automazione industriale, dato che spesso si rivolgono ad aziende esterne che ne curano questi specifici aspetti.

Per il futuro delle imprese, osservato dai dati emersi del triennio 2016-2018, per il periodo 2019-2021 ci si attendeva il mantenimento di investimenti nelle infrastrutture digitali, mentre rimangono più contenuti gli investimenti nelle tecnologie applicative.

Un dato che sembra scardinare molte leggende metropolitane, riguarda l’occupazione connessa ai livelli tecnologici. Se generalmente si pensa che le mansioni più qualificate offrano maggiori opportunità rispetto alle mansioni tecnico-operative, l’ISTAT ha evidenziato come proprio queste mansioni più “routinarie”, vi sia un incremento atteso del 67,6%, che sottolinea una domanda crescente di personale tecnico, mentre meno ricercate sono le figure più legate all’aspetto creativo, sebbene giochino sempre un ruolo fondamentale le dimensioni dell’impresa.

In definitiva, quello che l’ISTAT ha permesso di conoscere è la presenza di un’Italia che sta cercando di rimettersi al passo con il resto d’Europa e con i grandi competitors internazionali. Vi sono indubbiamente alcuni settori che tengono alta la qualità del Made in Italy (dalla competenza alla capacità di saper vendere a livello internazionale) e che quindi attuano delle decisioni mirate a mantenere la propria posizione solida anche attraverso gli investimenti sul digitale. Vi sono però molte altre aziende che, come detto, pur riconoscendo l’importanza della tecnologia e le indubbie opportunità che questa potrebbe attribuire a uno slancio alla crescita, si ritrovano carenti di know-how (dovendosi affidare a fornitori di servizi esterni) o che non hanno l’opportunità di poter investire.

È molto probabile che una transizione verso alti livelli di digitalizzazione sia lungi dallo spopolare nel Bel Paese, e divenga quindi un obiettivo di lungo periodo, che sarà possibile realizzare solo investendo nella costante formazione tecnologica, nella formazione pre-occupazionale, ma anche in quella durante il percorso professionale intrapreso. Solo così potranno realizzarsi passi avanti nel mercato del lavoro e sollecitare la tanto decantata crescita economica italiana.

Antonino Mangano

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