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L’ultima notizia che per molti potrebbe risultare abbastanza bizzarra vede sotto i riflettori l’Università di Torino, che ha varato un workshop intitolato «Conlanguages e linguistica. Descrivere, analizzare, inventare lingue per universi funzionali».

Con questo corso, lo studio della linguistica ha spostato il suo centro di interesse dai normali idiomi che costituiscono la cultura e le tradizioni dei popoli che abitano la Terra, alle lingue artificiali, conlangs (ovvero constructed languages, lingue costruite).

Nel corso degli ultimi anni, gli appassionati di letteratura fantasy o di cinema fantastico, hanno osservato un incremento nella comparsa di lingue artificiali nelle varie opere.

Se si guarda all’ormai celeberrima serie Game of Thrones, gli spettatori ricorderanno la lingua dei Dothraki, o anche il linguaggio Na’vi, parlato dalle creature antropomorfe che abitavano il pianeta Pandora del film Avatar, diretto da James Cameron nel 2009.

Continuando un viaggio a ritroso nel tempo, anche le grandi saghe cinematografiche o televisive hanno fatto uso di lingue inventate, come Star Wars, con la congerie di linguaggi che animano l’Universo della Galassia lontana lontana, o il klingon dell’omonimo popolo nemico della Federazione dei Pianeti Uniti in Star Trek.

Il workshop di Torino sonda invece il processo di creazione delle lingue elfiche di J.R.R. Tolkien, il padre de Il Signore degli Anelli.

Foto dalle riprese de Il Signore degli Anelli

Nella poetica di Tolkien e nel suo stile creativo (la mitopoiesi, ovvero creazione, genesi del mito), ogni aspetto di Arda (l’universo di cui fa parte la Terra di Mezzo) viene studiato nel minimo dettaglio per una caratterizzazione capillare delle tradizioni dei popoli e della loro storia. J.R.R. Tolkien fin da bambino fu un fervido appassionato di lingue e filologia, divenendo professore della stessa materia nella rinomata Oxford University nel 1925.

Per la stesura della sua cosmogonia, Tolkien preparò una grammatica del Quenya o Alto Elfico (potremmo definirlo il latino degli Elfi) a cui fecero seguito l’Eldarin e tutti gli altri dialetti in cui si ramificò l’originario Alto Elfico.

Così come la storia e le tradizioni dei popoli subiscono cambiamenti, anche la lingua sembra accompagnarne e conformarsi al processo di evoluzione, risentendo delle abitudini o delle avversità a cui un popolo è costretto a fare fronte. Nell’impostazione della sua storia Tolkien fa vivere veramente ogni lingua, accompagnandola nei suoi vari stadi di formazione, e regalando al lettore tutta la complessità che si ingenera normalmente con lo svolgersi dei processi storici, con cambiamenti che influiscono su tutto il DNA di una popolazione.

A maggior conferma di quanto detto, «Tolkien, ancor prima di essere scrittore, era un grande linguista e filologo», ha spiegato Simone Bettega, docente che curerà il workshop con i colleghi Elisa Corino e Roberto Merlo, «e proprio perché interessato a capire come le lingue evolvono nel tempo ha iniziato a creare una protolingua da cui ha fatto derivare le lingue elfiche». Bettega ha poi continuato, «La lingua senza contesto non esiste, deve avere una dimensione storica e una sociale. Tolkien quindi ha iniziato a scrivere, ma solo in seguito, la storia della sua Terra di Mezzo che sarebbe poi diventata quella raccontata nei libri e nei film de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli».

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