“Non far rumore”: quando clandestini erano gli italiani emigrati in Svizzera [L’INTERVISTA]

Read Time6 Minute, 26 Second

Il 7 giugno di 50 anni fa gli svizzeri venivano chiamati a votare a favore o contro l’iniziativa popolare “Schwarzenbach”. L’iniziativa, che prendeva il nome dal promotore James Schwarzenbach, chiedeva di limitare la presenza degli stranieri in Svizzera al 10% della popolazione. La proposta fu respinta col 54% di no. Ma la campagna del movimento dell’Azione nazionale contro l’inforestierimento del popolo e della patria, di cui Schwarzenbach era il leader, non fu priva di conseguenze sulla vita sociale e politica della Svizzera. Tra le questioni oggetto del dibattito politico vi era quella delle condizioni di vita dei migranti presenti sul territorio svizzero. Particolarmente degradante era la condizione dei lavoratori stagionali (molti italiani), che vivevano in degli alloggi pietosi subendo limitazioni alle libertà di spostamento e di espressione. Anche quando passavano in Svizzera 10 o 11 mesi l’anno, non avevano diritto al ricongiungimento familiare.

Dei lavoratori stagionali italiani emigrati in Svizzera, o meglio, dei loro figli, si occupa lo straordinario documentario Non far rumore. La storia dimenticata dei bambini nascosti” di Alessandra Rossi e Mario Maellaro, prodotto e presentato da Rai Tre lo scorso ottobre. Il Docufilm, in selezione ufficiale alla 73° edizione del Festival di Locarno e premiato all’International Fest Roma Film Corto, raccoglie le testimonianze di quei bambini “invisibili” divenuti oggi adulti. Bambini che hanno passato la loro infanzia nascosti in casa, in silenzio. Una clandestinità che inevitabilmente ha provocato ferite e traumi. Traumi che, anche a distanza di anni, rimangono ancora ben impressi nella loro memoria. Tra il 1950 e il 1980 entrarono in Svizzera come clandestini dai 15 ai 30 mila bambini.

Da figlio di migranti siciliani, nato in Svizzera nel 1977, sono rimasto particolarmente scosso nello scoprire questa storia. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: chissà se nel mio quartiere, o nelle case dei miei vicini, si nascondevano dei bambini. Chissà se ci sentivano giocare. Chissà se ci invidiavano. Incredibile come basti poco per sentirsi dei privilegiati. I miei genitori non erano stagionali, ed io potevo andare all’asilo, a scuola, a giocare nel cortile. Una storia che sembra appartenere ad un passato remoto, ma che invece appartiene al nostro tempo.

L’autrice del docufilm, Alessandra Rossi, è una giornalista della Rai. Noi siamo riusciti a contattarla e lei è stata molto gentile nel concedere questa splendida intervista per i lettori de LaTuaNotizia.

  • Come è nata l’idea di realizzare questo documentario?

E’ una storia che doveva essere raccontata. Io sono una giornalista e facendo questo lavoro incontro storie che mi colpiscono più di altre, che mi rimangono dentro. Ne ho parlato a Mario Maellaro e ci siamo subito trovati in sintonia sul tipo di racconto. Nel docufilm i protagonisti hanno tra i 40 e i 60 anni circa. Parliamo di storie vicine a noi, fanno parte della nostra storia recente, ma di cui si è parlato poco. Ognuno di noi ha un parente o un amico che ha fatto un percorso migratorio, però tutta la sofferenza e il sacrifico che sta dietro queste storie è poco conosciuta. E’ più facile che conosciamo le storie di successo degli emigrati. Il sacrificio, la sofferenza, le condizioni precarie in cui si viveva da emigrato è qualcosa di cui l’emigrato stesso si vergognava e non ne parlava mai.  Il docufilm parte da lì. Rimettere a fuoco la realtà dell’emigrazione. In questo ci ha aiutato Toni Ricciardi, storico della migrazione. Con lui abbiamo ricostruito il contesto della migrazione e la realtà dei bambini clandestini. I bambini hanno pagato il prezzo più caro nella migrazione. Come sempre, come nelle guerre, nelle catastrofi, nelle pandemie, i minori rischiano di essere invisibili.

  • Dopo aver visto il vostro documentario, ho fatto delle ricerche e ho scoperto che esistono anche saggi e romanzi che narrano la storia dei bambini nascosti. Con il vostro film, però, voi fate parlare i diretti interessati. Una scelta molto precisa che rende questo film ancor più prezioso. È stato difficile trovare i “bambini invisibili”? Come hanno reagito all’idea di dover ripercorrere quel periodo della loro vita?

Non tutti coloro che hanno vissuto la clandestinità ne vogliono parlare. Parlarne vuol dire aver fatto i conti con il proprio passato. Ed è comunque sempre doloroso tirare fuori quei ricordi. Molti li hanno sepolti. I nostri protagonisti sono stati molto coraggiosi. Io ho capito velocemente che dovevo abbandonare i classici strumenti del giornalista, il distacco. Al contrario io e Mario siamo entrati dentro le storie. C’è stato un lavoro a monte. Prima delle riprese ho parlato a lungo con loro. Si è creato un rapporto di fiducia ed empatia che ha reso possibile quel tipo di racconto. E’ stato come togliere un tappo e sono uscite emozioni e dettagli che erano rimasti per anni nel dimenticatoio. Alla fine, quello che è rimasto a me e Mario è un sentimento di profonda gratitudine per le storie che loro ci hanno donato.

  • Lo storico Ricciardi nel film  afferma: “Una persona non nasce irregolare, una persona non nasce clandestina, una persona non nasce italiana, una persona nasce in quanto persona“. Oggi l’Italia è destinazione ambita da migliaia di migranti. Il vostro film apre gli occhi dello spettatore ad una incontrovertibile verità: anche noi italiani siamo stati clandestini. Pensate che il cinema possa essere uno strumento efficace per combattere il razzismo e l’intolleranza?

Il cinema è uno strumento molto potente, può parlare in maniera diretta, arrivare al cuore e alla testa delle persone. Per questo ha una grande responsabilità. Il nostro film ha raccontato uno spaccato della storia del nostro paese molto importante. Ognuno può trarre le sue conclusioni e riflessioni. Questo è il bello del cinema, accende le luci su alcune situazioni, le illumina. Lo spettatore fa il resto. Penso però che dalla storia possiamo imparare a non commettere gli stessi errori. La conoscenza della storia è di per sé una forma di prevenzione. Anche dal razzismo.

Toni Ricciardi è storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra

Le parti di fiction presenti nel Documentario sono davvero molto ben curate e perfettamente inserite nel contesto narrativo. Per ricostruire le scene vi siete avvalsi dei racconti dei protagonisti?

I racconti hanno fornito suggestioni molto forti. Le abbiamo interpretate liberamente. Cercando di restituire sullo schermo le emozioni che i protagonisti hanno vissuto da bambini. Soprattutto la solitudine e l’abbandono. Abbiamo usato la tecnica del reenactment e con i bambini abbiamo lavorato benissimo. Hanno capito al volo quello che volevamo trasmettere. Ho sempre pensato che quella parte di fiction fosse fondamentale per la correttezza della ricostruzione. Uno dei livelli del racconto è la fiction, un altro è la ricostruzione del contesto storico, e ovviamente le storie raccontate in prima persona dai protagonisti.

Una storia, quella raccontata da Alessandra Rossi e Mario Maellaro, che evidenzia ancora una volta quanto la Svizzera sia un paese pieno di contraddizioni: civile e ricca, ma che allo stesso tempo sa essere anche spietata.

Contraddizioni che richiamano alla mente il parallelismo tra Svizzera e Sicilia che fece Leonardo Sciascia in un’ intervista radiofonica del 1974:

Nella misura in cui considero noi siciliani pazzi, considero gli svizzeri troppo poco pazzi, perché hanno quello che noi non abbiamo e hanno fatto quello che noi non abbiamo fatto. In effetti la Svizzera è una terra più povera della Sicilia, però ha raggiunto un grado di benessere che la Sicilia non si sognerà. Sì, la Svizzera è troppo poco pazza, forse anche troppo, il troppo si può anche usare in senso negativo”.

Per essere aggiornati sulle prossime proiezioni di “Non far rumore”, basta seguire la pagina Facebook dedicata. Il film è comunque disponibile anche sulla piattaforma di RaiPlay a questo link.

Sebiano Chillemi

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Next Post

Fase 3 "SiciliaSiCura", in un'ordinanza il protocollo sanitario per chi arriva nell'isola

Dom Giu 7 , 2020
Disco verde per il Protocollo sanitario “SiciliaSiCura” che è contenuto nella nuova ordinanza emanata dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. Il documento, oltre all’applicazione digitale di assistenza sanitaria riservata a quanti arriveranno nell’Isola, non essendo né residenti o domiciliati, istituisce anche le Uscat (Unità sanitaria di continuità assistenziale turistica) […]