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Risale a qualche settimana fa l’addio della Gran Bretagna alla sua esperienza all’interno della UE, salutata con molto favore sia dagli anti-anglofoni sia da molti “nazionalisti” inglesi che hanno desiderato l’uscita del paese dal British humour dall’Unione

Questo evento potrebbe rappresentare una cartina di tornasole? Potrebbe decretare degli sviluppi esiziali successivi?

Se dopo le prime dichiarazioni post-referendum Brexit i mercati inglesi avevano subito un calo nella loro performance, sul breve periodo probabilmente l’Inghilterra potrebbe risentirne. Il desiderio di Irlanda e Scozia di ribadire la loro volontà di rimanere all’interno dell’UE farebbe propendere anche per l’idea che questi ultimi due paesi avvertono quella che sarebbe la loro debolezza se si isolassero dal resto dell’Unione e per questo sembrano preferire le opportunità che un mercato comune e la solidità dell’euro riescono a dare all’economia di tutti i paesi membri.

Nonostante le forti critiche anche da parte degli italiani, non si può negare che, dal punto di vista del potere di acquisto, gli stessi, rispetto al passato, hanno maggiori opportunità di spostarsi – così come le loro merci e i loro servizi – agevolmente in tutta Europa, grazie a una moneta unica che equipara in maniera relativamente equilibrata il divario economico tra Italia e paesi europei più sviluppati. Ma in questo articolo si dimostrerebbe ugualmente una certa miopia se non si sottolineasse che, a livello nazionale, le difficoltà con l’euro si sono avvertite a causa di una incapacità di gestire l’introduzione della moneta unica europea fin dal 2002, dato il divario tra livello di redditi, pressione fiscale, costo della vita e stabilità dell’economia nazionale. Questo problema avrebbe a che fare con l’Europa ma non sarebbe determinato esclusivamente dall’UE, quanto da dinamiche di politica elettorale e politica economica nazionale tutte italiane.

La Brexit è un tassello che compone un complesso mosaico di nazionalpopulismi, europeismo, politica internazionale e politiche interne che si snodano in tutti i vari paesi membri, e fa porre numerose questioni sulla solidità dell’Europa.

Prendendo a modello l’Inghilterra infatti, osserviamo come il referendum sulla Brexit sia stato oggetto di una campagna mediatica fortissima veicolata dalle varie forze politiche in campo, e il cui risultato per come lo conosciamo oggi è stato determinato da un mix di convinte opinioni, di opinioni influenzate da emozioni “di pancia” e da una certa inconsapevolezza sulle possibili ripercussioni del voto.

Un duro colpo, questo, che ha minato ancora una volta la validità della democrazia, dato che il peso del voto della maggioranza fa bruciare maggiormente una sconfitta della fazione soccombente, soprattutto se i voti in più sono dettati da una scelta poco ragionata e informata, ma che conserva comunque il suo valore. In questo caso, un voto così dettato avrebbe fatto perdere una grande occasione all’Inghilterra di poter usufruire di tutti i vantaggi offerti dalla presenza in UE, senza essere oggetto dei rancori degli europeisti di tutto il continente che, non a caso, potrebbero tacciare il governo inglese di ostentare un comportamento ipocrita, visto che gli accordi post-Brexit manterrebbero alcuni privilegi nei rapporti UK-UE generalmente riconosciuti ai soli Paesi membri, ma lasciando libera l’Inghilterra da obblighi connessi allo status di Paese membro.

In questo senso, l’Inghilterra potrebbe essere riuscita a conciliare l’annosa scelta tra “la moglie ubriaca” e la “botte piena”, attingendo però alla botte dell’UE.

D’altro canto, non si può nascondere che anche l’UE ha dimostrato problematiche di politica interna, dovute soprattutto alla fisiologica necessità di disporre regole comuni con l’intento di armonizzare le legislazioni differenti di tutti i suoi membri, che appartengono ai famosi blocchi di common e civil law, partendo quindi da ceppi giuridici nettamente diversi nelle caratteristiche di base.

Per la necessità di armonizzare e “accontentare” tutte le voci, la legislazione europea è divenuta una legislazione 2.0 che spesso e volentieri sta stretta a quei paesi (tra cui anche l’Italia) che dimostrano caratteristiche peculiari in senso positivo (ad esempio specifici stili di produzione di beni di consumo e che sono entrati di diritto tra i patrimoni UNESCO, come prodotti caseari o prodotti naturali come cozze di particolari tipi) o per incapacità ad adattarsi alle nuove regole a causa di legislazione interna stagnante, farraginosa e spesso troppo vessante nei confronti dei produttori, rallentandone o ostacolandone i processi di adattamento alle norme europee.

In entrambi i casi, l’UE dispone di un immenso potere che riesce a sovrastare la domestic jurisdiction dei paesi membri, divenendo un super-stato altrettanto “incorporeo”, quasi irraggiungibile come quelli nazionali, ma amplificando questa sensazione di scollamento tra società civile e politica europea.

Dopo l’uscita del governo inglese dal consesso europeo, le riflessioni devono essere dunque spostate sull’Europa a più velocità che si configura anche a causa di scelte di politica interna dovuta all’ “egoismo” degli Stati membri, che cercano di prendere tutto ciò che di positivo l’UE ha permesso di ottenere, ma senza corrispondere il relativo impegno di attendere ai propri doveri. Il concetto di Europa a più velocità era già previsto nella prassi dell’Unione, ma il permanere di disparità di livelli di qualità di vita e di standard di produttività lascia credere all’Unione Europea che vi siano delle criticità anche nella gestione degli aiuti economici da essa erogati. Non è un caso che, nei mesi scorsi, l’UE aveva annunciato di diminuire i fondi destinati alla Sicilia per la sua incapacità di gestirne le somme. Allo stesso tempo, bisogna ripensare all’Europa e ai suoi atti che spesso non tengono in considerazione le disponibilità e le capacità di reazione dei vari Paesi, ma neanche i rapporti di forza che si instaurano tra di loro, senza permettere di dare piena voce alle istanze dei Paesi economicamente più deboli.

I cittadini europei potrebbero sentirsi come sulla cima di una barricata, a metà strada tra la critica tout court all’Europa, che propenderebbe per l’uscita del proprio Paese dall’Unione; e l’approvazione dell’UE, che confermerebbe la volontà di rimanerci. Per l’Italia, l’articolo 75 della Costituzione devolve al Parlamento la decisione di agire per discutere e decidere sugli accordi di politica internazionale – come nel caso dell’adesione all’UE -, ma il mandato popolare e la ricerca di consenso elettorale potrebbero portare una possibile futura maggioranza a decretare l’uscita dall’UE. Ed è per questo che il voto e il sostegno a questo o quel partito risultano essere determinanti, non solo per il proprio destino di singolo individuo, ma anche per quello delle future generazioni e per i rapporti con i vicini d’oltralpe e d’oltremare. Per quanto questo ragionamento possa sembrare fantapolitica, l’invito che ognuno di noi dovrebbe rivolgere a se stesso riguarda l’analisi dei pro e dei contro che la permanenza in Europa ha offerto all’Italia, dilaniata dalle crisi degli anni Settanta e successivamente degli anni Novanta, che rendevano impari il cambio valuta con l’estero, più oneroso l’acquisto di prodotti esteri, sebbene le esportazioni fossero agevolate dai costi ridotti e dal potere di acquisto superiore delle altre monete internazionali.

Ma oggi, il sogno di un’Europa unita, in pace, che stringe sempre più rapporti di comunione di intenti e caratteristiche, è reale e potrebbe essere utile e fondamentale coltivarlo e renderlo sempre più concreto, mantenendo comunque uno spirito critico che possa permettere il dialogo tra Stati membri, società civile e Europa, oltre a una modifica costante delle dinamiche europee in funzione di un benessere collettivo generalizzato, che risponda alle necessità che il futuro pone dinanzi.

La sola domanda, adesso, riguarda da quale parte della barricata si voglia stare.

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