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Game of Thrones: quando i leader deludono (dimostrando la loro vera natura)

La penultima puntata di Game of Thrones, la serie TV che ha appassionato milioni di spettatori in giro per il mondo, nella tanto criticata ottava stagione ha sollevato come uno “scandalo” con il suo quinto episodio, The Bells.

Il personaggio che sembra aver deluso le aspettative – soprattutto delle appassionate femministe – è Daenerys “Dany” Targaryen, che ha ispirato lo slogan “I’m not a princess, I’m a khaleesi”, per simboleggiare una regalità che non sia legata alla visione patriarcale della principessa che deve essere salvata dal Principe Azzurro, ma a quella di una persona che sa combattere per il mantenimento della propria nobiltà, della propria identità, della propria forza interiore, senza dimenticare la propria femminilità.

Daenerys Targaryen, in effetti, è sempre stata spinta da un alto ideale di realizzazione personale e giustizia sociale: liberare gli schiavi, combattere ogni oppressione dei potenti, diventare la Regina che possa portare pace tra i popoli e impegnarsi per la creazione di un nuovo mondo.

 

Nobili intenti, i suoi, ed estremi anche i rimedi che ha dovuto mettere in pratica per farsi strada in contesti dominati da un eccessivo maschilismo, quello dei Dothraki, di cui aveva ucciso i capi, riuscendo a porsi alla guida dell’intera “nazione” dei selvaggi uomini dell’Est, del continente di Essos. Tuttavia, sebbene molti spettatori abbiano assistito alle risposte violente della bionda Madre dei Draghi, Nata dalla Tempesta (e numerosi altri titoli onorifici), sono stati sempre spinti a giustificarla, a causa delle vicissitudini che l’avevano vista coinvolta e che avevano richiesto delle necessarie conseguenze dure.

Eppure…

Nelle puntate precedenti, Jon Snow, paladino del bene e dei popoli del nord, scopre di essere un Targaryen, il legittimo erede del Trono di Spade, contrariamente a quanto credeva Daenerys, ovvero di essere lei, l’ultima Targaryen.

Nella mente di Daenerys sono esplose le parole che sono il motto dei Targaryen: “Fuoco e sangue”.

Improvvisamente, la nobile Madre dei Draghi che voleva lottare per un mondo di pace, che amava Jon Snow (senza sapere che fosse suo nipote, figlio del fratello maggiore) e ne apprezzava le qualità di discernimento, l’onore, l’abnegazione a un alto ideale di giustizia, si sente sbriciolare il pavimento sotto i piedi.

Lei doveva essere la Regina dei Sette Regni. Lei doveva sedere sul Trono di Spade. Lei doveva avere il Potere, tanto da continuare a sottolineare a Jon Snow, anche prima della battaglia cruciale contro l’esercito dei Morti del Re della Notte (Stagione 8, Episodio 2, nella scena delle Cripte), il fatto che lui l’aveva già prescelta come Regina, le aveva promesso l’appoggio per ascendere al Trono.

Ma ecco che tutti i prodromi della sete di potere trovano la loro massima manifestazione in questa penultima puntata dell’ottava stagione.

Tyrion Lannister, fratello di Cersei Lannister, Regina che guida la fazione opposta a quella di Daenerys, nonostante la fedeltà giurata a quest’ultima, rimane ancora legato alla città di Approdo del Re (King’s Landing). Tyrion cerca di trovare un modo per evitare un eccidio della popolazione civile, dato che conosce la potenza del drago di cui dispone Daenerys e di cui la paladina dei Draghi non fa mai a meno.

L’escamotage funziona: le campane della resa suonano, i soldati Lannister gettano le armi, i civili della città assediata esultano per la cessazione delle ostilità e la salvezza. Sono tutti pronti a inchinarsi alla Regina dei Draghi e a spodestare Cersei Lannister.

A Daenerys, che voleva uccidere Cersei, la Regina che aveva fatto decapitare platealmente una sua servitrice, questa vittoria non basta.

A quanto pare, sembrava troppo poco esemplare entrare nella Fortezza Rossa, mettere in ceppi Cersei e giustiziarla solo in un secondo momento.

Daenerys fa le cose in grande. Sprona il suo ultimo drago rimasto e dà il via alla strage e alla distruzione della città, senza distinzione tra soldati arresi, civili inermi e innocenti.

Daenerys diviene quindi l’esempio lampante del femminismo più radicale da XXI secolo e di tutti i sostenitori fanatici di correnti politiche che elevano i loro ideali a oggetto di venerazione incontestabile, incuranti dei mezzi e dei rischi a cui si potrebbe andare incontro.

L’assenza di pluralismo, il vivere gli ideali come un’esperienza totalizzante della propria vita, il lasciarsi trasportare troppo dagli e negli eventi senza ascoltare consigli di persone “meno coinvolte” e quindi più oggettive, porta a una vera e propria cecità politica, al fanatismo degli intenti, a creare dei mostri che tradiscono la bontà iniziale dei propositi.

È un po’ l’esempio della lotta per la parità dei sessi, giustamente considerata nell’art.3 della Costituzione – ma purtroppo poco applicata in passato – che ha portato a un’ondata di revanscismo sessuale di cui si potrebbero segnalare alcuni esempi: la promulgazione di leggi sul femminicidio, che aumentano le pene detentive per chi uccide donne con motivazioni legate alla discriminazione sessuale, ma senza considerare gli omicidi che possono coinvolgere uomini per motivazioni simili; il proliferare di false accuse di stupro e violenze, per ottenere tutti i vantaggi legati alla forsennata caccia all’untore maschilista; l’obbligo di quote rosa in Parlamento, che pregiudicano la libertà di scelta degli elettori, facendo in modo che le istituzioni stesse influenzino, guidino, “dirigano” il voto dei votanti e, di fatto, non considerando le idee dei candidati ma solo la mera appartenenza a un determinato genere sessuale.

Ma al comportamento di Daenerys si collega anche l’esperienza delle ideologie di ritorno, come comunismo e fascismo. Nel primo caso, gli ottimi ideali di uguaglianza, di unione fraterna fra gli oppressi, di difesa dei diritti dei lavoratori, divengono il trampolino di lancio per portare alla mortificazione del successo imprenditoriale, all’omologazione economica, all’appiattimento del già difficoltoso sviluppo. Per non parlare dei neofascisti che, nel desiderare che uno Stato punisca ancora più duramente le infrazioni, che faccia prevalere i diritti dei cittadini su quelli degli stranieri, che difenda i propri interessi nazionali a scapito dei vicini, non fa altro che consegnare i cittadini a un sistema repressivo delle libertà, al nazionalismo di ritorno che pregiudica la pace internazionale, e a una nazione esacerbata dall’odio verso il diverso, l’altro che, invece, può stimolare un dialogo, una migliore comprensione delle dinamiche socio-politiche del nostro tempo.

Forse è per questo motivo che Daenerys Targaryen e la puntata del Trono di Spade hanno suscitato così tante critiche. Il capo carismatico ha visto diradarsi la sua aura di santità. E così gli ideali di una forza che si sa imporre senza la violenza immotivata sono crollati, vanificando ogni slogan, ogni mistificazione della realtà sotto il belletto delle belle parole, che nascondeva, o si accompagnava già dal principio, con il desiderio di potere.

In questo caso, quindi, non è più la forza di volontà che Abbatte i Muri, ma sono tonnellate di scaglie, denti affilati, ali, spuntoni e centinaia di gradi Celsius di fiamme.

E intanto, i Jon Snow si facevano abbindolare dai buoni propositi e da trecce bionde; i saggi Tyrion Lannister si ostinavano a credere nella bontà d’animo, nella malleabilità, nella razionalità dei leader; i Varys che si stavano ricredendo, manifestando i primi segni di malcontento, cadevano giustiziati sommariamente…

Fino a quando ci si risveglia in un mondo di Fuoco e Sangue.

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