Continua in questi giorni l’aspra contesa tra la Repubblica Popolare Cinese e Hong Kong, una delle Tigri del Sud-Est Asiatico. Le voci degli opinionisti sembrano sollevarsi timidamente contro la Cina.
L’Unione Europea ha espresso la sua vicinanza a Hong Kong, ma senza applicare attualmente ferree politiche internazionali contro la Cina. Gli USA, guidati dal tanto contestato Trump, deplorano il comportamento cinese e lo attaccano duramente. Il Regno Unito, attua una politica più “fattiva”, proponendo un passaporto per tutti i cittadini di Hong Kong che volessero sfuggire alle repressioni cinesi.
La Cina impone una stretta ulteriore, votando a maggioranza bulgara una legge di sicurezza nazionale contro atti di protesta, secessione e terrorismo. In realtà, questo atto si traduce con la volontà di limitare le libertà garantite a Hong Kong, derogando alla formula finora attuata di “un Paese, due sistemi”, e che prevedeva una ampia autonomia per la città-stato, che mantiene un sistema capitalistico sullo stile occidentale, mutuato dall’influenza britannica assorbita fino al 1997, anno in cui il Regno Unito cedette la sovranità su Hong Kong alla Repubblica Popolare.
In quel contesto, venne stipulato un patto sino-britannico che, nonostante prevedesse il riconoscimento di Hong Kong come territorio cinese, la città-stato poteva continuare a vantare un sistema amministrativo ed economico libero dalle ingerenze del sistema politico-economico cinese. La differenza tra i due sistemi appare evidente, in quanto la Cina attua un modello centralizzato, che si apre solo lentamente all’intervento dei privati nell’economia (soprattutto dopo la storica apertura avvenuta sotto Deng Xiaoping), mentre Hong Kong attua un modello economico incentrato sul capitalismo, che gli ha permesso un alto tasso di sviluppo, appianamento delle differenze sociali, facendo balzare la sua economia tra quelle più solide e in crescita nel continente asiatico.

Dal punto di vista politico, invece, la Cina attua un modello che limita le libertà di rappresentanza politica, rendendo la scelta dell’elettorato obbligata verso il Partito Unico. L’Assemblea Nazionale, organo supremo di governo, è composta da membri del partito, che vengono eletti in maniera indiretta, tramite un sistema di votazioni interne a comitati e assemblee intermedie. Eccessivi passaggi fanno comprendere come i rischi che le elezioni siano pilotate dai quadri del Partito siano molto alti, riducendo di fatto la trasparenza, e anzi amplificando e facilitando il controllo totale che le istituzioni cinesi attuano nei processi di avvicendamento al potere.
Il sistema di Hong Kong, di contro, applica un modello incentrato sul common law britannico, ispirandosi al bilanciamento dei poteri (check and balances) di modello occidentale, mantenendo un controllo preciso sul rispetto delle garanzie costituzionali fondamentali.
Nonostante la Cina tenti di dichiararsi rispettosa dei diritti umani, i fatti ne smentiscono gli assunti, dato che la censura sulla stampa e sui contenuti internet (per esempio, in Cina non esistono e non sono legali Google e Facebook) è ferrea e appare come un limite quasi insormontabile per l’organizzazione di movimenti di protesta contro scelte arbitrarie e spesso scomode del governo. Un tale atteggiamento del modello cinese limita di fatto il dissenso, eliminando ogni occasione di dialogo con possibili opposizioni, che si trovano privi dei mezzi più basilari per esprimere la loro voce. A peggiorare la situazione cinese sono anche i casi di tortura, processi sommari, detenzioni senza processo, così come persecuzioni contro minoranze etniche come i tibetani o i meno noti uiguri. La totale mancanza di rispetto nei confronti di queste libertà e garanzie contro l’arbitrarietà del potere statale ha portato a sanzioni da parte di altri Paesi, come quelli dell’Unione Europea e gli USA.

Per tutte le ragioni legate al modello cinese, le proteste da parte di Hong Kong, che paventa la perdita del suo stato di autonomia amministrativa ed economica, non sono tardate ad arrivare, ma le autorità cinesi hanno tentato di evitare manifestazioni con la giustificazione di attuare procedure anti contagio COVID-19.
Un’altra volta, l’uso smodato delle procedure di contenimento COVID-19 si potrebbe ripercuotere in modo irreversibile e pericolosissimo sulle libertà di una città-stato che ha goduto di tutte le libertà garantite dal suo sistema di common law, tra libertà individuali, economiche e politiche.
La questione di Hong Kong in Italia
Incredibilmente, sembra che in Italia solo Matteo Salvini abbia promosso una campagna a favore di Hong Kong, anche in modo particolarmente coraggioso, se si considera che ci sono stretti legami tra le economie europee e quella cinese. L’ambasciata cinese ha risposto con tono duro, recriminando in modo sottile a Salvini il fatto che, per motivi di sicurezza nazionale, anche lui ha implementato Decreti Sicurezza e limitazioni dei diritti umani in Italia.
La risposta di Salvini, alla luce di quanto scritto sopra, è però condivisibile, quando afferma che «l’ambasciata cinese non si azzardi a paragonare la Cina all’Italia. A Pechino non esistono partiti alternativi a quello comunista, l’opposizione è imbavagliata, a Hong Kong vengono arrestati perfino i ragazzini con inaudita violenza», aggiungendo sui Decreti Sicurezza: «L’ambasciata fa addirittura riferimento ai decreti Sicurezza, pur senza citarli espressamente: ricordiamo che in Italia le leggi sono approvate da un Parlamento democraticamente eletto e non ratificate dall’Assemblea nazionale del popolo piegata al Partito comunista».
Il governo cinese sta mostrando tutto il volto di un modello totalitario, oscurantista e in netta violazione delle libertà umane. Non scavando troppo nel passato del Paese, basti pensare al silenzio circa lo scoppio dell’epidemia da coronavirus, a cui si aggiunge quest’ennesimo atto di forza nel voler costringere la popolazione di Hong Kong a sottomettersi a un regime che depaupererebbe Hong Kong delle sue risorse e della sua natura economica da ruggente tigre asiatica, costringendola a un’economia centralizzata e a una politica di repressione.

Al fianco delle sempre più paradossali rivendicazioni etiche circa fantomatici atti di razzismo (laddove il razzismo non c’è, sebbene sia giusto lottare contro il vero razzismo), sarebbe necessario che la stampa, l’opinione pubblica e le energie mondiali, si concentrassero sul proporre soluzioni per evitare di glissare su un comportamento da parte di uno Stato che sta abusando del suo potere, che rischia di mettere in ginocchio e di decretare la fine del rispetto dei diritti umani fondamentali di milioni di persone.
Nella sincera lotta contro ogni sopruso da parte di regimi totalitari, sarebbe anche ora di sensibilizzare sul tema tramite il solito hashtag #IAmHongKong o #IStandForHongKong.



