Da una settimana a questa parte ha fatto il giro del mondo la notizia dell’elefantessa incinta che in India, precisamente nello stato del Kerala, è rimasta uccisa insieme al piccolo che portava in grembo a causa dell’ingerimento di un ananas esplosivo.
Inizialmente si era pensato a uno scherzo crudele architettato da un gruppo di indiani con il solo intento di arrecare un danno ingiustificato a un animale.
Dopo le prime indagini, la polizia indiana ha posto sotto arresto un uomo ed è già alla ricerca di altri due complici indagati per aver perpetrato questo atto violento a danno della fauna locale.
A quanto è risultato, però, non si trattava di puro sadismo contro un essere vivente, quanto invece di un malaugurato incidente, dato che la frutta “farcita” con l’esplosivo costituiva una trappola contro gli animali selvatici per difendere una piantagione di gomma dai danni che avrebbe potuto arrecare la fauna selvatica indiana.
Pur senza ricalcare certi stereotipi culturali, appare strano che si torturi volontariamente un animale simile, data la cultura indiana che dimostra degli esempi di allevamenti di elefanti, che vengono impiegati come mezzi di locomozione nei terreni impervi e che non possono essere attraversati con mezzi gommati, o anche come animali utili al lavoro umano, per il sollevamento di pesi e il loro trasporto.

Nonostante questo particolare, l’evento che ha coinvolto la sfortunata elefantessa, non è il primo caso di convivenza difficile tra uomo e natura, anche perché persino in Italia sono stati messi sotto i riflettori dell’opinione pubblica casi controversi, come l’uccisione dell’orso Daniza in Trentino, nel 2014.
L’attenzione per l’equilibrio dell’ecosistema è divenuta, da un decennio a questa parte, un nodo centrale per l’intera umanità, tanto che anche le istituzioni e le organizzazioni internazionali hanno supportato campagne di sensibilizzazione – in estremo oriente come in occidente – e l’approvazione di accordi internazionali per la tutela dell’ambiente e delle specie animali. Un esempio è rappresentato dall’Unione Europea che, anche per quanto concerne le specie da allevamento, ha fissato dei parametri ben precisi nelle modalità di trattamento degli animali, o ancora l’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali). Quest’ultima Organizzazione ha promosso campagne di sensibilizzazione in Paesi del Secondo Mondo (Paesi dell’ex blocco sovietico) e del Terzo Mondo (Paesi africani o asiatici). Anche per questo motivo, potremmo ipotizzare che le condizioni economiche a cui sono costrette le popolazioni di questi Paesi producano un conseguente abbassamento negli standard di rispetto per gli animali selvatici e costringano a utilizzare rudimentali sistemi di protezione delle proprietà terriere e civili, dando vita a una lenta e costante guerra per la sopravvivenza.

Il caso dell’elefantessa indiana non può che scandalizzare per la crudezza delle sue conseguenze strazianti, ma dall’altro lato della barricata, se si volesse dare il beneficio del dubbio e di un errore madornale in buona fede, si vede anche la necessità della sopravvivenza dell’uomo che non può vedere deperire o distruggere il frutto del proprio lavoro da naturali attacchi della fauna selvatica, così come avveniva anche nella Preistoria, quando l’uomo doveva affrontare le insidie degli attacchi selvatici, proteggendo il territorio che aveva eletto a “patria sicura” della sua stanzialità.
Anche in questo caso, ogni situazione presenta il proprio rovescio della medaglia e sottolinea ancora una volta condizioni di disparità abissale tra varie aree del mondo, sia per quanto riguarda le tecniche produttive, sia per quanto riguarda le modalità di convivenza con l’ambiente e le specie che lo abitano.
Una stigmatizzazione tout court del proprietario della piantagione di gomma, alla luce delle nuove informazioni occorse dalle indagini, potrebbe risultare eccessiva: sarà necessario che quell’uomo e i suoi complici paghino, come è giusto che sia, per l’uccisione di un essere vivente, ma questo episodio dovrebbe fare riflettere sulla necessità di studiare metodi per tutelare la salvaguardia dell’equilibrio degli habitat unici di ogni parte del mondo, promuovendo nuove tecniche per integrare l’azione dell’uomo nel contesto di ambienti finora incontaminati, coniugando allo stesso tempo la necessità di sopravvivenza e protezione del prodotto del lavoro dell’uomo.




