Italia: storie e scorie. Al centro del dibattito i depositi nazionali dei rifiuti radioattivi

È da poco stato divulgato l’elenco delle aree individuate dalla Sogin (Società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari) per ospitare i Depositi Nazionali dei rifiuti radioattivi.

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Il numero delle zone è 67, la cui mappatura può essere trovata a questo link. Queste zone rispondono in modo preciso ai 25 criteri che erano stati stabiliti cinque anni fa e che sono stati riportati sulla CNAPI, la Carta delle Aree Potenzialmente Idonee.

Quali sono le aree italiane individuate per conservare i rifiuti radioattivi?

Le Regioni che saranno interessate sono Piemonte, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia, osservando la seguente distribuzione:

PIEMONTE – 8 zone tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo e così via)

TOSCANA-LAZIO – 24 zone tra le province di Siena, Grosseto e Viterbo (Comuni di Pienza, Campagnatico, Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello, Gallese, Corchiano)

BASILICATA-PUGLIA – 17 zone tra le province di Potenza, Matera, Bari, Taranto (comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso)

SARDEGNA – 14 aree tra le zone in provincia di Oristano (Siapiccia, Albagiara, Assolo, Usellus, Mogorella, Villa Sant’Antonio, Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Ortacesus, Guasila, Segariu, Villamar, Gergei e altri)

SICILIA –  4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana, Petralia, Butera).

Mappa dei siti individuati

La questione affonda le sue radici nelle attuali spese sostenute dall’Italia per lo smaltimento delle proprie scorie radioattive, devolvendo proventi a Gran Bretagna e Francia per sobbarcarsi l’onerosa questione ambientale.

Il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dell’Ambiente hanno fatto quindi ripartire di comune accordo l’iter per l’avvio delle consultazioni per l’individuazione del Deposito Nazionale, che dovrà ospitare in prima battuta 78.000 metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità, a cui andranno a sommarsi altri 17.000 metri cubi ad alta attività (per un totale di 50 anni di stoccaggio).

La maggior parte dei rifiuti proviene dall’ambito civile, industriale e ospedaliero, dato che le scorie risultano dalle terapie che utilizzano le radiazioni.

Per le loro particolari caratteristiche, questi rifiuti saranno immagazzinati in apposite strutture in cemento armato che siano in grado di contenere gli effetti radioattivi delle sostanze per più di 300 anni.

Parlando di somme, la realizzazione del progetto ammonterebbe a 900 milioni di euro.

Ma vi sono anche trascorsi storici nel turbolento passato tra l’Italia e il nucleare, dato che a seguito del referendum del 1987 il Paese virò verso la chiusura dei suoi siti nucleari.

Solo adesso, dopo eterni rinvii e analisi fin troppo spalmate sul tempo – che non sembrano rispettare la necessità di dotarsi di un Deposito per smaltire i rifiuti radioattivi (di cui altri Paesi UE si sono già dotati da tempo) – la Sogin ha dunque pubblicato la lista dei potenziali siti.

A seguito della sua divulgazione, la carta sarà oggetto di consultazione con Regioni ed enti locali. Solo se la comunità darà il suo consenso potrà avviarsi il procedimento per la costruzione del Deposito, per la cui realizzazione saranno necessari almeno 4 anni.

Dalle prime dichiarazioni dei Primi Cittadini siciliani i cui territori sono coinvolti nella selezione delle aree per il Deposito Nazionale, sembra che dalle comunità locali non ci sia un consenso così immediato e spontaneo.

Il problema che si porrà, allora, riguarderà i rapporti tra Stato ed enti locali, in cui interessi nazionali – che tendono a voler evitare spese ulteriori e sanzioni europee – si scontrano con la volontà locale di non sottoporre i propri territori a quella che rappresenta una preoccupazione ulteriore, un disincentivo ai settori trainanti di turismo e cultura, e un duro colpo alla tutela ambientale, che in Sicilia soprattutto stava tentando di portare risultati visibili nella lotta contro ecomostri e inceneritori.

Antonino Mangano

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