Quando tuo figlio fa parte di un gruppo WhatsApp intitolato “The Shoah party”

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Hanno tra i 13 e i 18 anni i membri di una chat WhatsApp finita sulle prime pagine dei giornali in questi giorni, in seguito alla denuncia della madre di uno dei ragazzini protagonisti della vicenda. Come siamo arrivati a questo punto?

Tra i 13 e i 18 anni. Subito, istantanea, una domanda mi ha indotto a riflettere: avere il cellulare a 13 anni, non è presto? Una domanda sciocca, direte. Già, perché molti bambini possiedono uno smartphone molto prima di aver compiuto 13 anni. E poi, un ricordo: anche io ricevetti il mio primo cellulare alla soglia dei 14 anni. Era un Natale e ricordo perfettamente la gioia di poter inviare sms ai miei amici grazie alla famigerata promozione che comprendeva ben 100 sms al giorno (chi si meraviglierebbe oggi?). Messaggi che inviavo e mi venivano inviati solo da persone che conoscevo bene.

Sì, anche io a 14 anni possedevo un cellulare. Cosa è cambiato da allora?

Tutto! E’ cambiato tutto. Perché se un gruppo WhatsApp deve avere come unico scopo quello di creare una comunità dell’orrore abbiamo miseramente fallito. Video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e frasi inaudite contro migranti ed ebrei.

Grazie alla denuncia della madre di uno dei ragazzini membri della chat, è scattata un’indagine che coinvolge 25 ragazzi, 16 minorenni tra i 13 e i 17 anni, e 9 maggiorenni tra 18 e 19 anni.

Interpellato nel corso della trasmissione Mattino Cinque, lo psichiatra Raffaele Morelli sostiene che innanzitutto bisognerebbe cominciare dalle buone norme: evitare, per esempio, l’uso dello smartphone quando si è a tavola e in classe. Sì, potrebbe essere un buon inizio, ma ha pur sempre dei limiti. E’ necessario comunque sempre il controllo da parte dei genitori.

Cosa è cambiato dal 2000? Tutto. Perché le potenzialità di un mezzo come WhatsApp sono infinite: questo gruppo ha messo in piedi una comunità virtuale che contava membri in molte regioni d’Italia. Le perquisizioni sono scattate in Toscana, Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Calabria.

Commenti blasfemi, messaggi di una violenza raccapricciante, sono stati rintracciati in questa terribile chat, nella quale circolavano centinaia di video con immagini di abusi sessuali su bambini e bambine, sevizie su neonati, sgozzamenti dei terroristi dell’Isis, ed emerge anche l’uso di droghe. E poi ancora – come riporta l’AdnKronos – insulti e offese di ogni tipo nei confronti di ebrei, omosessuali, migranti, disabili e malati.

Una scia di odio e disprezzo ingiustificata e terrificante.

Cosa è cambiato dal 2000? Tutto. E’ cambiato tutto e non si può non avere paura di un fenomeno del genere. Al di là delle indagini di rito, necessarie per valutare l’idoneità dei contesti familiari, nessuno di noi può esimersi dal sentirsi coinvolto in questa vicenda. Specialmente se chi è genitore trova il coraggio di denunciare una situazione simile, in cui è coinvolto anche il proprio figlio.

Siamo noi per primi a doverci interrogare. Abbiamo a disposizione un potente strumento e questo è uno dei casi in cui ci sta letteralmente sfuggendo di mano. Ed è proprio quando sembra impossibile agire e prendere una saggia decisione che questa diventa necessaria. Improrogabile. Come lo è stata per questa mamma che ha avuto il coraggio di denunciare.

Questo è il mondo in cui ci ritroviamo: ci sembra di avere tutto e di quel tutto di essere i padroni. E non dobbiamo cadere nell’errore di colpevolizzare solo questi ragazzini o le loro famiglie. E’ vero che i primi “incriminati” sono i genitori, poiché a loro si imputa la responsabilità del controllo sui figli, ma i messaggi che si veicolano in rete, quelli no: quelli non sono responsabilità solo dei genitori di questi ragazzi. Per questo motivo, di fronte a notizie di questo genere, non possiamo voltarci da un’altra parte.

Perché uno strumento come lo smartphone ci mette davvero poco a diventare un’arma letale.

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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