L’affare Dreyfus fu uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, avvenuto in Francia tra il 1894 e il 1906 e vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia e quindi processato per alto tradimento
Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un’intera nazione. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole. Tra gli innocentisti si schierò lo scrittore Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’Accuse.
[…] “Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso.“[…] (Emile Zola, J’accuse)
SINOSSI
Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell’École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all’umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi. Al disonore segue l’esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana. Il caso sembra archiviato. Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato.
E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente? E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio? Questi interrogativi affollano la mente di Picquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori. L’ufficiale e la spia, adesso uniti e pronti ad ogni sacrificio pur di difendere il proprio onore.
Polanski ha scritto la sceneggiatura insieme a Robert Harris, autore del romanzo da cui il film è tratto, L’ufficiale e la spia (The Dreyfus Affair), in Italia edito Mondadori. Da un romanzo di Harris il regista premio Oscar per Il pianista aveva già tratto nel 2010 il suo L’uomo nell’ombra.
La presenza del film allo scorso Festival di Venezia ha generato polemiche per via delle accuse di stupro (risalenti a circa quarant’anni fa) che pesano sul regista, ma fortunatamente il valore dell’opera non ne è stato offuscato ed è stato anzi riconosciuto meritevole del Gran Premio della Giuria.
“Dalle grandi storie spesso nascono grandi film – ha dichiarato Polanski – e l’Affare Dreyfus è una storia eccezionale. La storia di un uomo accusato ingiustamente è sempre affascinante, inoltre è un tema estremamente attuale vista la recrudescenza dell’antisemitismo. “
[…] Con le nuove tecnologie sarebbe impossibile immaginare un caso in cui una persona viene accusata in base ad un’analisi grafologica sbagliata. E sicuramente non nell’esercito, in quanto la mentalità militare è cambiata. L’esercito non è più ‘sacrosanto’. Oggi abbiamo il diritto di criticare qualsiasi cosa incluso l’esercito, mentre a quel tempo lo stesso aveva un potere illimitato. Ma un altro caso, sì, è possibile. Ci sono tutti gli elementi perché possa succedere: false accuse, pessime procedure giudiziarie, giudici corrotti, e soprattutto “social media” che condannano senza un processo equo e senza diritto di appello. […]




