70 anni di Unione Europea. Passando per la Risoluzione di Messina ed i Trattati di Roma

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La CECA è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto all’odierna “UE”. Tra le tappe fondanti la conferenza voluta da Gaetano Martino e tenutasi in riva allo Stretto

Lo scorso 9 maggio il Parlamento europeo ha celebrato il “Giorno dell’Europa”. Ricorreva, infatti, il 70° anniversario della Dichiarazione dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman. Il 9 maggio 1950, Schuman proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio. “L’Europa -affermava Schuman – non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” La CECA (paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi “Unione europea”.

“Ora l’emergenza in corso – ha scritto per l’occasione il presidente Sergio Mattarella – non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il “fermento di una comunità più profonda”. Tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci”.

Il presidente David Sassoli, aprendo l’evento organizzato dal Parlamento europeo, ha sottolineato che “Settant’anni fa siamo partiti dicendo ‘mai più la guerra’, 70 anni dopo dobbiamo dire ‘mai più morti per fame e mai più morti nel Mediterraneo’. Le persone e la società civile sono il motore del progetto europeo. Solo ripartendo dal basso potremo riformare l’Unione mettendo al centro gli interessi dei cittadini europei”.

LA CONFERENZA DI MESSINA. Cinque anni dopo la dichiarazione di Schuman ulteriori “semi” alla realizzazione del progetto vennero piantati tra Messina e Taormina. Tutto cominciò infatti nel 1955 alla conferenza di Messina, dove i Ministri degli Esteri di sei paesi, tra i quali il messinese Gaetano Martino, gettarono le basi per quella che sarebbe diventata due anni dopo la CEE. Vi parteciparono Jan Willem Beyen per i Paesi Bassi, Antoine Pinay per la Francia, Joseph Bech per il Lussemburgo, Walter Hallstein per la Repubblica Federale Tedesca e Paul-Henri Spaak per il Belgio.

La conferenza si svolse attraverso quattro sedute, dal pomeriggio del 1° giugno alle 4 di mattina del 3 giugno. La Risoluzione finale adottata conteneva l’impegno a creare un’organizzazione comune per lo sviluppo dell’energia atomica, a istituire un mercato comune da realizzare per tappe successive, a favorire la circolazione dei lavoratori, a garantire l’accesso alle materie prime, a coordinare le politiche monetarie, a creare un fondo europeo per gli investimenti. Fu, inoltre, deliberato di istituire un Comitato intergovernativo, presieduto dal belga Spaak, che elaborasse un progetto di mercato comune generale e un mercato comune specifico per l’energia atomica.

Il Rapporto prodotto dal Comitato fu accolto alla Conferenza di Venezia (29-30 maggio 1956) e sarebbe stato la base del Trattato firmato a Roma nella primavera dell’anno successivo, istitutivo della Comunità Economica Europea.

Così si esprimeva qualche settimana dopo Gaetano Martino in un’intervista alla “Gazzetta del Popolo” (26 giugno 1955):

A Messina sono stati espressi non solo dei voti e manifestate delle preferenze, ma sono state adottate precise decisioni in ordine allo sviluppo delle istituzioni comuni, alla fusione progressiva delle economie nazionali, alla creazione di un mercato comune e all’armonizzazione graduale delle rispettive politiche sociali. […] Non occorre spiegare le ragioni dell’importanza che avrebbe per il nostro paese la formazione di un mercato comune, sia pure limitato alle sei nazioni che fanno parte della CECA. Voglio solo ricordare che fra le iniziative intese a costituirlo, sono state previste a Messina anche la libera circolazione della mano d’opera e l’istituzione di un fondo di investimenti europei. Per un’economia come quella italiana, in cui vi sono zone di accentuata depressione e una generale eccedenza di energie di lavoro, queste iniziative sono particolarmente incoraggianti. Ora si tratta solo di non nascondersi le difficoltà, e insieme di non sopravalutarle fino al punto da perdere la fiducia in noi stessi e nei nostri ideali. Dobbiamo andare avanti nella via dell’unificazione dell’Europa, con pazienza, con coraggio e con fede (Martino 1957, pp. 159-160).

Targa riconoscimento onorifico della Conferenza di Messina

I TRATTATI DI ROMA. Entrati in vigore il 1° gennaio 1958, i Trattati di Roma prevedevano, tra l’altro, l’istituzione dell’Assemblea parlamentare europea, composta da 142 deputati nominati dai parlamenti dei sei paesi membri della Comunità. La sessione costitutiva di questo organo, avente a quel tempo solo funzioni consultive, si tenne a Strasburgo il 19 marzo 1958, sotto la presidenza di Robert Shuman.

Salutando la nuova fase della vita dei popoli della piccola Europa, Martino ricordava “le avversità, le incredulità, lo scetticismo che fu necessario vincere per iniziare, proseguire e completare quell’opera detta del “rilancio europeo”, decisa a Messina nei primi giorni del giugno 1955, la quale doveva felicemente concludersi, circa due anni dopo, con la creazione della Comunità economica e della Comunità atomica dell’Europa.

Guardando ai felici esperimenti di comunità politica costituiti dall’America e dalla più vicina Svizzera, Martino ribadiva la necessità imprescindibile per i popoli europei di collaborare in forme permanenti, non solo per esigenze pratiche, politiche, economiche, militari, ma spirituali: “L’Europa è già unita nella cultura e nella civiltà, se è vero – come è vero – che noi non esitiamo a chiamare europei un Dante ed un Goethe, uno Shakespeare ed un Pascal, e riteniamo nostro comune patrimonio la libertà individuale, la democrazia politica, lo stato di diritto, conquiste elaborate dalla plurimillenaria storia europea nel suo svolgimento unitario”.

Ancora oggi le parole di Martino hanno un suono di particolare attualità, data la consapevolezza di chi aveva sperimentato l’effetto dell’esasperazione dei nazionalismi e, insieme, non ignorava il valore del genio dei vari popoli europei, si avviava a concludere: “Noi vogliamo superare la fase storica del nazionalismo, ma, per entrare nella nuova fase, non abbiamo bisogno di distruggere il concetto di nazione. È soltanto necessario che si compia da tutti lo sforzo più impegnativo perché esso riacquisti la purezza del suo significato originario e sia liberato da quei deteriori attributi che ne causarono la trasformazione da forza benefica e attiva della società umana in forza demoniaca e distruttrice. […] In pluribus unum: l’unità politica dell’Europa dovrà fondarsi sulla molteplicità e sulla diversità. Solo in tal modo, stimolando e potenziando lo slancio creativo e costruttivo dei nostri popoli, sarà strumento di progresso morale e civile.

Edgar Allan

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