#CoronaVirus, appello al buonsenso: non è mai troppo tardi per salire sul treno della responsabilità

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Ogni giorno che passa l’Italia sembra essere assorbita sempre di più da una situazione apocalittica. Terrore, ansia, mancanza di lucidità stanno prendendo il sopravvento su molti italiani. Cerchiamo di placare il nostro istinto e la nostra paura, pensiamo a chi sta veramente male

Da qualche giorno una riflessione gira e rigira nella mia mente. Sarà difficile trovare parole adeguate, specialmente in questo momento storico, in cui ognuno si sente autorizzato a dire ciò che gli pare.

A ognuno il suo mestiere

Ma permettetemi di dire che noi non siamo tutti medici, non siamo tutti virologi: dobbiamo essere capaci di ascoltare chi ne sa più di noi, chi ha studiato e lavora tutti i giorni per curare le malattie. Dobbiamo essere in grado di affidarci a chi ci raccomanda di essere prudenti, di agire con razionalità. Per una volta, proviamoci! Proviamo a essere veramente interessati non solo al nostro benessere, racchiuso tra le nostre mura di casa, ma al benessere della collettività. Oggi più che mai abbiamo acquisito la consapevolezza che la salute di ognuno di noi è strettamente correlata alla salute di chi ci vive accanto, di chi incontriamo sul posto di lavoro, al supermercato, in pizzeria, in palestra, in chiesa. Abbiamo capito che da un momento all’altro la nostra salute può essere seriamente messa in discussione, nessuno escluso.

Tra i vari articoli che in questi giorni stanno circolando sul web, con una forza ‘virale’ talvolta più pericolosa del CoronaVirus, enormemente allarmistici e privi di etica e deontologia professionale (ma anche del basilare senso morale che ognuno dovrebbe avere), ho letto anche alcuni pezzi lodevoli di colleghi che invitano al senso di responsabilità.

La responsabilità

Qualcosa su cui, da giorni, chi ci governa cerca di focalizzare la nostra attenzione. La responsabilità di tutelare non solo la nostra salute, ma specialmente quella degli altri.

E allora, in questi giorni pieni di caos, ho ripensato agli occhi di mia sorella. Sì, gli occhi di mia sorella che è morta di fibrosi cistica. Ho pensato che se oggi i suoi occhi fossero ancora dentro i miei sarebbero lo specchio della paura, quella vera. Ho pensato che quella paura mi invaderebbe fino a star male, fino a non voler pensare più.

Cito, ovviamente, questa malattia perché la conosco bene, ma mi riferisco a ogni tipo di patologia che, in questo momento critico, con il contagio da COVID-19, potrebbe peggiorare considerevolmente e irrimediabilmente le condizioni di salute di chi ne è affetto.

Stamattina mi sono svegliata con le immagini di folle impazzite con valigie al seguito che dalle stazioni del Nord si sono riversate sui treni per scendere giù, al Sud, dove (non fa piacere sentirlo dire) non ci sono le strutture adeguate a contenere l’avanzata del virus. Il Sud che, per qualche giorno, ci siamo illusi potesse essere l’isola felice.

E ancora una volta invece si fa più forte un richiamo alla consapevolezza: siamo tutti uguali, la salute è un bene tanto prezioso quanto vulnerabile. E ci comportiamo come se fossimo eterni, come se fossimo padroni assoluti del nostro corpo. Non siamo responsabili solo di noi stessi invece. E prima ce ne renderemo conto, prima riusciremo a uscire da questa situazione assurda. Depositiamo l’ascia di guerra, lo scettro del potere sulle nostre decisioni e affidiamoci al buonsenso. Essere sprezzanti delle regole, in questo momento, non serve a nessuno!

Non dovete tornare a casa adesso! E sappiamo che vi costa tantissimo. Sappiamo che la paura vi induce a gesti improvvisi e privi di ogni ragione. Ma oggi lo sforzo richiesto è grande proprio in virtù di un bene più grande. Credeteci quando vi ribadiamo che lo sappiamo. Lo sanno i malati di fibrosi cistica, che indossano da sempre la mascherina, che hanno da sempre paura dei virus (non solo di uno). Che hanno da sempre paura dell’altro. Ma vivono, vivono ugualmente e si aggrappano alla vita con tutte le loro forze. E lottano ogni giorno, per tutelarla quella vita.

Così oggi pensavo a quegli occhi. Occhi di paura, occhi di speranza, occhi di stanchezza, occhi di forza. Pensate a chi sta peggio di voi, pensate a chi guadagna un giorno in più con fatica e con cure estenuanti. E rispettate le regole. Glielo dobbiamo.

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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