George Floyd e l’educazione che dovremmo dare ai più piccoli

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La morte di George Floyd ha risvegliato un sentimento popolare che impone a noi tutti un’attenta riflessione. Personalmente, ho pensato ai più piccoli. A come possiamo spiegare ai nostri figli, nipoti, alunni, il senso di ciò che sta accadendo.

“I can’t breathe”. Sembra quasi una beffa leggere questa frase in questi giorni. Scorrendo le pagine della cronaca delle ultime ore, si apprende della grande partecipazione alla marcia contro il razzismo e la violenza della polizia e, specialmente, a Washington, dove la protesta assume i contorni di una sfida al presidente Trump. Ma sono in migliaia a marciare anche a New York e ancora a Chicago, Philadelphia, Atlanta, Miami, Los Angeles, Seattle, Denver e Minneapolis e anche a Tacoma e Buffalo. E si scopre anche un’altra morte simile a quella di Floyd, di cui però si apprende solo ora l’esistenza, attraverso un video amatoriale. Manuel Ellis è morto a Tacoma, in marzo, riverso sul selciato, saranno le indagini a chiarire l’esatta dinamica.

Cosa sta accadendo?

Perché nel mondo ancora si verificano episodi così efferati per mano dell’uomo? Perché, nonostante ci troviamo in tempo di pandemia, e forse questa condizione avrebbe dovuto unirci ancora di più, siamo perennemente l’uno contro l’altro?

Presi come siamo dalle nostre vite, pensiamo davvero che questo sia un fenomeno lontano da noi? Perché, in fondo, è questo il modus vivendi dell’uomo comune nel 2020. “Fin quando non tocca a me” è sempre qualcosa di astratto, dal quale mi sento immune. Una malattia, la mancanza di lavoro, la violenza, il sentirsi etichettati come ‘diversi’. Non ci tocca se non ci tocca davvero (il gioco di parole rende bene l’idea).

Allora, tornando ai piccoli, ho ripensato a un libretto che lessi nel periodo delle scuole elementari: “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun. Un romanzo scritto in forma di dialogo domanda-risposta, pubblicato nel 1998 e tradotto in oltre 25 lingue.
E l’ho ricordato mossa anche dal desiderio di cercare delle risposte e dalla voglia di capire come possiamo fare in modo di lasciare a chi viene dopo di noi un mondo migliore. Non dovrebbe essere forse questa la nostra missione? Vivere per rendere più bello ciò che ci circonda, usare il nostro ingegno e la nostra sensibilità (che l’uomo dimentica di avere) per dare qualcosa in più a chi erediterà ciò che noi gli consegneremo.

“Con la cultura si impara a vivere insieme”

Così, sfogliando le pagine di questo prezioso libretto, mi piace condividerne un passo che riprende il concetto di cultura: “C’è la natura e poi c’è la cultura. In altre parole c’è il comportamento istintivo, senza riflessione, senza ragionamento, poi c’è il comportamento razionale, quello che deriva dall’educazione, dalla scuola e dal ragionamento. È ciò che si chiama cultura in contrapposizione alla natura. Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri“.

La centralità della cultura va ribadita ora più che mai, i piccoli uomini e le piccole donne di domani torneranno sui banchi a settembre probabilmente, ancora non sappiamo bene con quali modalità, uscendo comunque dal turbine (si spera senza ritorno) del Coronavirus. Riappropriamoci allora del ruolo di educatori, genitori e insegnanti, per ristabilire delle priorità. Accanto alle nozioni delle materie prettamente curriculari, ricordiamoci di approfondire questi temi: parliamone, parliamo di ciò che sta accadendo per aiutarli a comprendere il mondo. E per aiutarli a combattere questo male feroce che è il razzismo.

L’importanza delle parole

Tahar Ben Jelloun, nel dialogo con sua figlia, sottolinea quanto sia fondamentale “Imparare. Educarsi. Riflettere” per “superare questo atteggiamento istintivo” dell’uomo, questo “sentimento negativo” di repulsione che porta a “respingere il nemico“. E richiama anche all’importanza delle parole che usiamo: “Bisogna far sparire dal tuo vocabolario tutte le frasi del genere testa di turco, lavoro arabo, riso giallo, faticare come un negro. Sono sciocchezze che bisogna combattere imparando a rispettare. Il rispetto è essenziale. […] La gente non pretende l’amore, ma di essere rispettata nella sua dignità umana. Rispettare vuol dire avere riguardo e considerazione. Vuol dire sapere ascoltare“.

Il ruolo fondamentale della scuola

Con i bambini si può intervenire per correggere il modo di comportarsi” scrive Jelloun. E allora, come lui ha fatto con sua figlia, esortiamo i nostri bambini a chiedere di discuterne in classe al loro rientro a scuola. Perché possano aprire la mente, scambiarsi opinioni, fare domande per conoscere, per apprendere. Perché “la scuola è fatta apposta per questo, per insegnare ai ragazzi che gli uomini nascono e rimangono uguali nei loro diritti pur essendo diversi, per insegnare che la diversità tra gli uomini è una ricchezza, non un handicap“.

Non sono solo tante belle parole e intenzioni e se non vogliamo che siano tali o che siano solo dettate dal momento attuale ed evitare che cadano nel dimenticatoio, dovremmo provare a esercitarci costantemente nell’immedesimazione. Provare a “metterci nei panni” degli altri. Provare a pensare cosa faremmo “se capitasse a noi” di essere esclusi, derisi, allontanati, maltrattati, creduti ‘diversi’.

L’appello non va rivolto solo alle scuole e alle famiglie. L’urgenza è anche soprattutto in rete, oggi più che mai. Non si può non essere d’accordo con Jelloun, quando nella sua conclusione scrive: “Le parole sono pericolose. […] La lotta contro il razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio“.

Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste cose sono relative. Ciascun volto è il simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi.

Tahar Ben Jelloun

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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