Una toccante testimonianza da Bergamo: “Io, insegnante messinese, rimango al Nord e viaggio con la musica”

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All’esodo da Nord a Sud, raccontato da molti giornali nelle ultime settimane, si contrappone l’altra faccia della medaglia: sono quei numerosi fuorisede che hanno deciso di rimanere nelle città in cui lavorano, anche se adesso sembra tutto immobile, rinunciando alla possibilità di stare con i propri cari in Sicilia, o in Calabria, Puglia e così via. Una rinuncia pesante, ma anche peNsante. Già, perché ci vuole del coraggio ma ci vuole anche la saggezza per capire che in questo momento è preferibile “restare lontani oggi per abbracciarci più forte domani”. Ne abbiamo parlato con Ezio, insegnante messinese che vive da anni a Bergamo, città molto colpita dall’emergenza CoronaVirus

  • Ciao Ezio, innanzitutto, come stai?

Ciao Antonella, per adesso, tutto bene grazie. Ci sono stati giorni migliori però sono consapevole del fatto che c’è chi sta davvero male, per cui non mi lamento.

  • Da quanto tempo vivi a Bergamo?

Sono arrivato qui nell’ottobre 2010, quindi tra qualche mese saranno 10 anni.

  • Come definiresti la città prima del CoronaVirus e come la definiresti ora?

Bergamo è entrata fin da subito nel mio cuore. Città bellissima, affascinante. Io la immagino come “due città in una”: c’è città bassa che è la parte moderna e poi c’è città alta che mi ricorda Taormina per la sua bellezza e per i suoi vicoli antichi e pieni di arte. I bergamaschi sono persone decise, forti, un po’ introverse ma, nel momento in cui entri nel loro cuore ti dimostrano tanto affetto, ed io ne ho ricevuto davvero molto in questi anni. Nelle ultime settimane, purtroppo, la vitalità e l’allegria di questa città si è totalmente spenta, negli occhi della gente si percepisce paura e tristezza. È strano, per me, vedere Bergamo così ferma e silenziosa, una condizione alla quale i bergamaschi non erano per niente abituati e fanno fatica ad accettare la cosa. Sono, infatti, grandi lavoratori.

  • Tu in questo momento vivi a Bergamo ma la tua famiglia è al Sud. Pensi che in Sicilia si abbia una percezione reale di quello che è accaduto e che sta accadendo?

Si, ho scelto di rimanere a Bergamo insieme a mia moglie Grazia, nonostante ci manchi tanto la Sicilia. Credo che fino ai primi giorni di marzo tanti sapessero poco riguardo la gravità della situazione, spesso infatti mi capitava di vedere video pubblicati sui social in cui tanti ragazzi continuavano ad uscire di casa e incontrarsi nei luoghi pubblici senza alcuna preoccupazione, sfidando le raccomandazioni ricevute dal governo e dalla sanità. Penso che la Sicilia (ma un po’ tutta l’Italia) abbia acquisito la percezione della realtà la sera in cui è stato emanato il decreto che dichiarava zona rossa tutta la nazione. Quella sera, ricordo, non si parlava d’altro che di tanti ragazzi pronti a prendere un treno per raggiungere la propria famiglia al sud. In quel momento, ho capito che il sud avrebbe presto compreso. Adesso non so se tutta la Sicilia abbia capito realmente cosa stiamo vivendo, ma seguo tantissimo quello che accade nella mia città di appartenenza (Messina) e so che si sta facendo tutto il possibile per rispettare le regole e tutelare la vita dei cittadini.

  • Cosa vuol dire vivere in una zona rossa?

Vuol dire rimanere il più possibile in casa e uscire massimo una volta a settimana per fare la spesa. Significa anche abitare nel palazzo di fronte a quello di mia sorella e non poterla vedere da quasi un mese, oppure dover disinfettare scarpe, vestiti, cellulare, occhiali e tutto quello che ha contatti con l’esterno ogni volta che vado a fare la spesa, che tra l’altro devo fare da solo perché non può andare più di un componente per famiglia. Significa anche imparare a dosare i beni di prima necessità presenti in casa per evitare di uscire spesso, e inventarsi nuovi modi di impegnare le giornate in maniera costruttiva.

  • Come giudichi i provvedimenti intrapresi a livello nazionale?

Penso che, finora, siano state adottate le decisioni più giuste a livello nazionale. Però adesso è necessario pensare a tutte quelle famiglie che hanno difficoltà economiche, che hanno dovuto smettere di lavorare ma che devono continuare a pagare tasse e beni di prima necessità. A tal riguardo sto leggendo di tanti atti di generosità e umanità tra gli stessi cittadini. Forse questo periodo ci sta insegnando qualcosa.

  • Hai creato di recente un canale YouTube per condividere i momenti in cui suoni il pianoforte. Cosa vorresti trasmettere a chi ti ascolta? Secondo te in che modo la musica può aiutare in momenti come quello che stiamo vivendo?

Io credo davvero che senza la musica non si possa vivere. La musica per me è vita, è passione, è viaggiare col pensiero soprattutto quando non lo si può fare realmente. Ci sono giorni, qui a Bergamo, in cui il suono delle sirene delle ambulanze diventa pesante, ne senti passare una ogni dieci minuti. Il mio modo per evadere e non pensare all’inferno che c’è fuori è stato appunto quello di rifugiarmi nella musica, l’unica cosa che mi rilassa veramente. Ecco perché ho voluto creare un canale Youtube, per permettere a chi mi ascolta di  estraniarsi dalla realtà e viaggiare con la mente per qualche minuto. Tra i brani che eseguirò ci saranno anche colonne sonore di film, questo potrebbe essere anche un modo per generare un po’ di curiosità negli altri su quella pellicola e magari decidere di guardarla in famiglia.

  • Sei anche un insegnante: secondo te in che misura il mondo della didattica uscirà trasformato da questa esperienza?

Noi insegnanti siamo abituati a vivere gli alunni, ad avere un rapporto diretto con loro e questo è fondamentale per comprendere le loro insicurezze, le loro difficoltà e i loro stati d’animo. Insegnando musica, in classe utilizziamo il flauto e altri strumenti al fine di creare una piccola orchestra, questo è uno dei limiti della didattica a distanza, che rende praticamente impossibile proseguire lezioni di questo tipo e completare lavori che avevamo già iniziato. Sto procedendo quindi a fare lezioni sulla storia della musica. Tutti noi docenti non eravamo preparati a un cambiamento del genere e alle difficoltà che sarebbero sorte, penso a quanti ragazzi non hanno la possibilità di accedere a internet o non possiedono un pc. Da questo punto di vista, questo tipo di didattica crea di certo delle disparità. Credo anche, però, che il corpo docente si formerà tanto in queste settimane, imparerà ad utilizzare mezzi che non aveva mai usato prima e questo potrebbe rivelarsi un bel passo avanti verso una didattica ancora più moderna e al passo con i tempi.

Per chi volesse ascoltare Ezio al pianoforte ecco il link al suo canale YouTube:

Il pianista sullo Stretto

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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