Il 25 giugno del 2009 moriva Michael Jackson, l’afroamericano figlio di operai che divenne “Re del Pop”

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Il destino di Michael Jackson è lo stesso di quello dei grandi miti della storia. E come spesso succede ai miti, anche attorno alla sua immagine è nata una serie infinita di leggende.

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Basta fare una ricerca in rete per imbattersi in una marea di informazioni secondo alcune delle quali il Re del Pop sarebbe ancora vivo, secondo altre sarebbe stato ucciso, secondo altre ancora si sarebbe suicidato e così via all’infinito. Tutte notizie senza fondamento, ovviamente, ma che contribuiscono ad alimentarne il mito e confermano il grande fascino che l’artista americano esercita ancora oggi su milioni di persone.

Ciò di cui invece non si parla spesso, sono le sue umili origini. Settimo di dieci figli, la madre era commessa in un supermercato e il padre operaio in un’acciaieria. Provate ad immaginate cosa doveva significare crescere una famiglia con dieci bambini per un operaio ed una commessa. Una famiglia modesta, che viveva in un ambiente molto religioso. La mamma Katherine Esther  Scruse era una devota Testimone di Geova e il padre  Joseph Jackson era stato il chitarrista di un gruppo di rhythm & blues amatoriale. Fu proprio il padre, nel 1964, quando Michael aveva appena cinque anni, a inserirlo nel gruppo dei suoi fratelli, i Jackson 5. Michael inizialmente ne era il percussionista e solo successivamente ne divenne anche cantante con il fratello Jermaine.

Nostro padre creò i Jackson Five a suon di botte. Dopo la scuola, ci costringeva a provare fino a sera e se sbagliavamo erano botte. Ci picchiava con la cinghia dei pantaloni e a volte con una frusta. Era un padre molto severo, specialmente nei miei riguardi. Ho preso più botte io di tutti i miei fratelli messi insieme.

Anche se ero un bambino prodigio, a quell’età non hai comunque la capacità di capire quello che ti sta accadendo attorno. Ricordo che cantavo al massimo delle mie possibilità, che ballavo con gioia, che lavoravo tanto, troppo per un bambino. Cantavo fino a notte fonda, proprio nelle ore in cui i miei coetanei erano nel letto a dormire.

Un rapporto difficile quello col padre. Odio e amore.

“La forte tensione che c’è fra me e mio padre è risaputa (…) ho imparato a vedere la severità di mio padre come una forma d’amore. Mi ha spinto perché mi amava, perché nessun altro patisse ciò che aveva patito lui”

Il successo internazionale e l’ingresso nella storia arriva con Thriller, nel 1982, album che ancora oggi risulta essere il più venduto nella storia della musica, con all’attivo oltre 100 milioni di copie. Un successo stravolgente, tanto stravolgente, forse troppo.

Non penso mai al successo di Thriller, l’album più venduto della storia del pop, perché non voglio che mi si formi in testa l’idea di aver già raggiunto il massimo. E’ per la stessa ragione che in casa non tengo trofei.

Ma il successo, contrariamente a quanto si possa pensare, ha portato nella vita di Michael anche dolore. Un dolore che nemmeno il denaro e la popolarità riuscivano a lenire, come che egli stesso più volte dichiarava.

La gente pensa di conoscermi, ma non è così. Non veramente. Attualmente sono una delle persone più sole in questo mondo. Spesso piango, perché fa male davvero… Ad essere onesto potrei dire che faccia male essere me.

Chi era dunque Michael Jackson? Sicuramente un grande artista, un uomo che è riuscito a coltivare il proprio talento fino a diventare una leggenda. Un uomo probabilmente fragile, che non ha mai nascosto le proprie paure e le proprie insicurezze. Era forse questa sua sincerità a renderlo unico. È forse per questo che, ancora oggi, milioni di persone continuano ad amarlo follemente.

Vorrei essere riconosciuto come un grande artista ed essere amato da tutti per questo. Vorrei essere amato da tutti così come io amo tutte le persone, di qualunque razza siano.

S.C.

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