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Aspettando… Downton Abbey

Sbarcherà il 24 ottobre nelle sale italiane l’attesissimo film diretto da Michael Engler su soggetto e sceneggiatura di Julian Fellowes, conosciuto come il papà di Downton Abbey.

La fortunata serie britannica che conta sei stagioni, trasmesse dal 2010 al 2015 dai canali ITV e PBS, ritorna infatti nel 2019 con una trasposizione cinematografica, che ne costituirà la naturale continuazione.

Downton Abbey ha rappresentato un vero capolavoro televisivo per le particolari caratteristiche che lo contraddistinguono.

Ambientato nell’Inghilterra dei primi del Novecento, la serie televisiva segue da vicino le vicende della famiglia Crawley, nobile famiglia di Conti di Grantham, e della sua servitù. La serie costituisce un unicum per la sua certosina ricerca storica, che trasporta sul piccolo – e ora sul grande – schermo tutte le sensazioni provate da un’intera società in un periodo ancora intriso di cultura ottocentesca, che lasciò avvertire i suoi strascichi fino agli inizi del Secolo Breve.

L’attrice Maggie Smith nel ruolo di Violet Crawley, Contessa Madre di Grantham

Downton Abbey traspone infatti il periodo (1912-1925) che è stato interessato dalla cartina di tornasole di quegli anni: la Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Fino a quel momento, i valori ottocenteschi riuscivano a sostenere il braccio di ferro con le nuove istanze del XX secolo che erano prossime a venire. Fu all’indomani del primo conflitto mondiale che l’Inghilterra, che piangeva i suoi morti e tentava di rimettersi in piedi dopo il dispendio oneroso di risorse, uomini e mezzi, osservò il radicale cambiamento dei costumi.

Le certezze ideologiche, così come le sicurezze economiche delle stesse famiglie aristocratiche, avvertirono gli scossoni dei tempi che cambiavano. I bisogni mutarono e si configurarono nuove dinamiche politiche, economiche e sociali assolutamente differenti rispetto al passato, mettendo in difficoltà le classi più agiate, e numericamente più esigue, che cercavano di ancorarsi ai tempi andati, per mantenere un immutabile e rassicurante status quo dettato dalla quasi proverbiale “tradizione inglese”.

La bellezza di Downton Abbey si avverte nel modo in cui lo show delinea le paure del cambiamento, particolarmente sentite dai membri della servitù e della famiglia aristocratica dalla mentalità più conservatrice; la volontà delle giovani figlie del Conte Grantham – Mary, Edith e Sybil – di operare una netta cesura con i tempi passati; il tracollo di valori che sembravano destinati a durare per sempre e su cui fondare la grandezza dell’Impero britannico, ma che, in realtà, hanno dovuto chinare il capo all’impietosa tirannia dei tempi e delle loro necessità.

La storia particolare dei Crawley si intesse in modo naturale con la Grande Storia che interesserà tutte le trasformazioni occorse nella società britannica. Intorno alle vicende dei Crawley si avvertiranno le rinascenti e mai sopite rivendicazioni di indipendenza irlandese, le sempre più stringenti richieste di diritti dei proletari e dei socialisti, l’ascesa sempre più inarrestabile dei ceti imprenditoriali che, grazie alle sempre più ingenti risorse accumulate, scalzeranno da posizioni di preminenza sociale la nobiltà sempre più attonita ma impotente dinanzi a quel rovesciamento inaspettato.

Downton Abbey, a parte la trama scandita dagli amori e dagli intrighi che intercorrono nella famiglia aristocratica e tra la sua servitù, sembra essere pervaso da una sensazione che sintetizza in modo sapiente la malinconia per i tempi andati ed un misto di paura e speranza che solo la novità e la capacità di imbrigliare i venti del cambiamento può convertire in opportunità.

E spetterà ancora una volta alla sceneggiatura e alla ricerca storica di Fellowes e alla regia di Engler, mantenere immutati gli standard di qualità del loro prodotto, per emozionare ancora una volta il pubblico, dandogli la possibilità di immergersi nell’atmosfera del 1926, anno in cui è ambientato il film.

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