Pericolo social game, il caso Jonathan Galindo – Il LunEdìtoriale

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Si chiama Jonathan Galindo il personaggio che in questi giorni sta terrorizzando i genitori ma anche i bambini stessi, dopo la tragica fine dell’undicenne a Napoli

Il mio primo cellulare (di seconda mano) lo ebbi in regalo poco prima di entrare in primo liceo. Erano gli anni 2000/2001 e il momento più bello era quando potevi attivare la Christmas Card o la Summer Card, per poter inviare 100 sms al giorno. Perché gli sms, così come le chiamate, si pagavano. Quindi, immaginate che lusso poter inviare ben 100 sms al giorno! Per non parlare del semplice squillo che significava: “Ti sto pensando“.

Altri tempi, ovviamente, il mondo si è evoluto, la rete si è evoluta, noi ci siamo evoluti. L’età media per possedere un cellulare, termine ormai in disuso a favore del più idoneo e moderno “smartphone”, si è vertiginosamente abbassata.

Non è un segreto per nessuno che i neonati nascano con il ditino già pronto per digitare sullo schermo touch del telefono o del tablet dei genitori.

Un’evoluzione che, però, porta con sé molti pericoli. Perché la rete è un mare magnum di informazioni, di possibilità, di pagine e contatti che rasentano l’infinito.

Impossibile controllare 24 ore su 24 cosa può fare un bimbo di 11 anni con il proprio telefono, specialmente se connesso a Internet.
Ecco perché molti genitori scelgono vie più estreme, a costo di pagare quotidiane lamentele per un digital divide che, giustamente, il ragazzino vive, perché a scuola “ce l’hanno tutti i miei compagni“. E quindi rischi pure di far sentire tuo figlio un ‘diverso’.

Quindi, molti altri scelgono la via più facile e accontentano le richieste dei più piccoli mettendo sotto l’albero di Natale, o confezionando nel giorno del compleanno, uno smartphone.

Non deve essere facile essere genitore oggi. Sicuramente, essere genitore non è stato semplice anche in passato e non lo sarà mai.
Ma i nostri avi, sebbene qualcuno potesse prevedere le incredibili potenzialità della tecnologia, di certo non avrebbero mai pensato che a spingere un bambino di 11 anni al suicidio possa essere un personaggio ‘virtuale’, che quel bambino non l’ha mai realmente incontrato.

Il gioco di Galindo, di cui tanto si parla in questi giorni, funziona per ‘challenge’, cioè per sfide. Il personaggio in questione invierebbe diverse challenge ai giovanissimi utenti spingendoli ad atti di autolesionismo, se non addirittura al suicidio.

Torna incredibilmente attuale la figura dell’Uomo Nero che potrebbe anche essere semplicemente legata a quella famosa filastrocca della buonanotte, declinata poi in molteplici versioni e che un po’ tutti ricorderanno:

Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?
Lo darò alla Befana
Che lo tiene una settimana
Lo darò all’Uomo Nero
Che lo tiene un anno intero
Lo darò all’Uomo Bianco
Che le tiene finché è stanco
Lo darò al Saggio Folletto
Che lo renda Uomo perfetto!

Stavolta, però, l’uomo nero non ha affatto caratteristiche ‘buone’ come quello della filastrocca, che comunque avrebbe tenuto il bimbo in dormiveglia con sé per un anno intero, bensì tiene in ostaggio la mente dei poveri malcapitati, riuscendo a manipolarla fino alle azioni più estreme.

In questa storia, in realtà, esistono ancora tanti punti oscuri e diverse ipotesi sono state teorizzate sia sul web che in tv, ma ciò che è certo è che il nome Jonathan Galindo sta generando tanta paura.

Inevitabilmente, le domande diventano numerose. Una in particolare è: ammesso che un bambino oggi possa aver bisogno di essere rintracciabile dai suoi genitori e di avere a suo volta modo di chiamarli per necessità importanti, non sarebbe più giusto fargli avere un telefono sprovvisto di collegamento a Internet? (Sempre che se ne trovi qualche modello).

Cosa deve fare un bambino di 11 anni sul web? Perché deve avere a tutti i costi uno smartphone di ultima generazione? Molti penseranno che questa sia una posizione alquanto bigotta. Ma avete provato a rispondere a questa domanda?

Ebbene, un ragazzino a 11 anni non deve fare nulla su Instagram, Facebook e TikTok. Non ha bisogno di crescere con questi strumenti infernali che esaltano l’importanza dei follower e dei like. Un bambino a 11 anni ha bisogno di leggere libri, di giocare all’aria aperta, di socializzare con dei volti reali e di pensare che la vita sia bella.

Oggi la quotidianità è frenetica, il lavoro spesso porta i genitori a trascorrere tanto tempo lontano dai propri figli, ma non si può delegare alla rete il compito di impiegare il tempo di questi bambini. Non si può pensare di crescere degli uomini e delle donne concreti se continueremo a riempirli come dei sacchi e ad accontentarli in tutto.

Nessuno ha mai detto che sia facile, ma dobbiamo provarci.

Un esempio banale? Un ragazzino di oggi, già dalla scuola primaria, non è in grado di cercare una parola sul vocabolario. A che serve uno strumento del genere, se tanto c’è Google?

No, non posso accettare che la cultura si riduca a un motore di ricerca sul web, potentissimo, per carità, ma non idoneo per formare una mente che sappia distinguere cosa è giusto e cosa è sbagliato e che sappia rielaborare le informazioni che riceve, assimilandole e tenendole come un bene prezioso, talvolta per la salvaguardia della vita stessa. E non dovrebbe accettarlo nessuno.

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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