Il LunEdìtoriale, la triste storia di Viviana e Gioele

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Ogni fatto di cronaca con al centro una sparizione, una morte, desta in noi sgomento. Per giorni e giorni ne sentiamo parlare nei tg, sui giornali, sui social. È così che uno o più volti di cui non conoscevamo l’esistenza entrano a far parte delle nostre vite. Li pensiamo durante il giorno, li vediamo in sogno la notte… con un unico interrogativo assillante: dove si trova quella persona? Cosa le è successo?

Il dramma di Viviana Parisi si è svelato, purtroppo, nel modo più crudele, nella sera di sabato, 8 agosto, quando, rinvenuto il cadavere di una donna nelle campagne di Caronia, si è risaliti alla sua identità.

Viviana è partita da casa sua a Venetico (Messina) il 3 agosto, insieme al figlio Gioele, di 4 anni.

Venetico, paese che chi scrive conosce bene, ora è al centro della cronaca, quella più triste. Eppure non conosco la famiglia di Viviana. Non conosco lei, suo figlio e suo marito. È, forse, oltre la triste vicenda di cui sono protagonisti, anche il fatto che fossero così vicini a catturare il mio pensiero.

Quando ascoltiamo o leggiamo le notizie (anche quando le diamo), c’è di certo una componente di immedesimazione, di dispiacere. Ogni storia ha i suoi perché, le sue motivazioni, le sue sofferenze.

Già, dicevo dell’immedesimazioneMa perché non siamo tutti in grado di provare empatia, compassione, dispiacere? Perché siamo portati a puntare il dito, a giudicare, a essere saccenti in merito a situazioni che non conosciamo?

Sono da sempre (anche e soprattutto per deformazione professionale) un’attenta osservatrice dei meccanismi della rete, delle opinioni della gente che, ahinoi, ormai reagisce senza freni e sputa sentenze ogni minuto, avvertendo il ‘potere’ di un semplice profilo Facebook.

No, io non ci sto, a me non va di giudicare storie che non conosco. So che ognuno di noi ha il suo vissuto: problemi, paure, traumi. Noi non sappiamo nulla di Viviana e Gioele e dovremmo solo avere un rispettoso silenzio per ciò che la famiglia sta vivendo.

Non è nostro compito stabilire eventuali responsabilità su ciò che è accaduto. Ora, tutti a scavare nelle loro vite, nei video e post di Facebook in base ai quali i tuttologi del web hanno già tratto tutte le conclusioni del caso.

E poi, in cosa si è trasformato il lavoro dei giornalisti? Il NOSTRO lavoro è diventato soltanto una spietata gara a chi ottiene più ‘click’. Sulla pelle delle persone.

Ma se quel bambino fosse vostro figlio, vostro nipote? Se Viviana fosse stata vostra figlia, moglie, sorella, avreste scritto allo stesso modo? No, perché se si trattasse di una persona a voi cara, quelle parole vi avrebbero ferito. E in maniera irreparabile.

Una donna, moglie e madre, è morta.

La verità è che da questa gogna mediatica non ci si può sottrarre, nessuno escluso.

Perché LE PAROLE SONO IMPORTANTI e non sappiamo più usarle per fare del bene. Sono diventate una lama affilata che serve solo al nostro interesse.

Concludo pensando al viso dolcissimo di Gioele, vorrei esprimere una sola speranza: che venga trovato VIVO e che possa tornare alla vita quotidiana, crescere e diventare un uomo, anche se purtroppo la sua mamma non sarà più accanto a lui.  

Chiunque abbia visto qualcosa, il 3 agosto, il giorno in cui Viviana è sparita tra i boschi di Caronia, informi le autorità competenti. Ci sono, infatti, testimonianze contrastanti e non si riesce a capire se Gioele, suo figlio di 4 anni (in foto), fosse ancora con lei, anche se gli inquirenti sembrano propendere per questa ipotesi. Le ricerche del piccolo proseguono a ritmo serrato, non perdiamo la speranza che possa essere trovato vivo.

Antonella Trifirò

Giornalista pubblicista, appassionata di lettura e scrittura in tutte le forme. Scrivere per vivere e raccontare.

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