“I Giganti della Montagna”, il testamento artistico di Pirandello in scena al Vittorio Emanuele

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L’ultima opera incompiuta di uno dei maggiori autori del Novecento interpretato da uno degli attori teatrali più bravi del nostro tempo. Presso il Teatro Vittorio Emanuele di Messina, dall’ 1 al 5 febbraio (riposo il 3), Gabriele Lavia dirige e interpreta “I giganti della montagna”, di Luigi Pirandello, affiancato in scena da Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi Gianni De Lellis, Federico Le Pera e Luca Massaro.

Dopo i Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca… Gabriele Lavia, chiude la sua personale trilogia pirandelliana con l’ultimo dei miti, il testamento artistico di Luigi Pirandello, punto più alto e sintesi della sua poetica.

Il testo fu scritto intorno al 1933, anche se probabilmente era stato concepito, in forma embrionale, già negli anni venti ma rimase incompiuto a causa della morte di Pirandello avvenuta nel 1936.

Noi sappiamo che Pirandello “sapeva con certezza” di dover morire scrive Gabriele Lavia nelle note di regia mentre scriveva i Giganti, il cui titolo iniziale doveva essere I fantasmi. Al medico che lo visitava aveva domandato, un po’ irritato, (lo era sempre quando non stava bene): “Dottore mi vuol dire che è questo?”. E il dottore gli aveva risposto: “Professore… lei non deve aver paura delle parole…. questo è… morire.” Pirandello, che stava scrivendo una nuova sceneggiatura del Mattia Pascal, la mette da parte e scrive i Giganti di cui aveva già alcune scene del primo atto. Alla fine del secondo atto scrive le ultime cinque parole della sua vita e di tutto il Teatro delle maschere nude: “Io ho paura, ho paura…” È proprio quell’ “Io…” che mi fa pensare che Pirandello sapesse, e con paura, che non avrebbe mai scritto il terzo atto, lasciando I giganti della montagna meravigliosamente compiuti nella perfetta incompiutezza umana.

Trama

Una compagnia di teatranti guidata dalla contessa Ilse arriva alla villa detta La Scalogna dove vive uno “strano” mago che dà loro rifugio. Ma chi è Cotrone? «Lo sanno tutti, è lo stesso Luigi Pirandello» scrive ancora Gabriele Lavia. «Ma Cotrone è anche qualcosa di più. È colui che vive rifugiato o emarginato nella propria illusione che il Teatro possa essere il Luogo Assoluto. Fuori da ogni contaminazione. Lontano da quei Giganti, da quelle “forze brute”, da quegli uomini (forse noi stessi!) che mettono paura solo a sentirli passare al galoppo!… I Giganti sono uomini che hanno dimenticato la coscienza della loro origine. Snaturati dal non voler conoscere se stessi. E dunque non possono far altro che continuare a uccidere la “poesia originaria” nata come specchio dell’uomo… uccidere il Teatro. Ma il finale “non scritto” vorrei che fosse una speranza, meglio, una certezza laica, che “la poesia non può morire”».

S.C.

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