U trappitu 'i don Bastianu
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A Serro (Villafranca Tirrena), ”u trappitu ‘i don Bastianu” racconta le origini contadine del Borgo

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A Serro, piccola frazione collinare di Villafranca Tirrena, c’è una casa che racconta la storia del passato contadino del Borgo. È quella di Lino Giacobbe, il quale ha acquistato una prima porzione del fabbricato nel 2004 e nel corso di quella che doveva essere una semplice ristrutturazione per adibirla ad una civile abitazione ha trovato una antica pietra macina dal peso di 2 tonnellate sotto il pavimento lungo un muro divisorio. Nel 2006, quando acquisisce la seconda porzione del fabbricato dai fratelli Bonanno, si rende conto di avere tra le mani un pezzo di storia: u trappitu ‘i don Bastianu, cioè un antico frantoio. E allora quella che doveva diventare una piccola oasi di pace privata mutò destinazione e divenne un museo di civiltà contadina a testimonianza delle origini della frazione di Serro.

«Un po’ alla volta – racconta Lino Giacobbe – mi sono convinto che sarebbe stato importante preservare la memoria storica dato che in paese esistevano molte famiglie che vi avevano lavorato e che in tutto a Serro esistevano quattro frantoi; quindi, u trappitu ‘i don Bastianu poteva servire come luogo di memoria».

Il fabbricato, spiega Lino Giacobbe, venne costruito tra i secoli ‘700 e ‘800, ma i materiali usati per la costruzione e gli attrezzi ritrovati portano a ritenere che alla fine dell’800 l’attività di frantoio fosse già stata avviata e che tale attività fu esercitata fino all’anno 1962, quando venne definitivamente chiuso. Per decenni, generazioni di serrentini in quell’immobile si dedicarono alla produzione di olio di oliva.

La pietra macina ritrovata all’interno del pavimento è stata spostata all’esterno su un terrazzo da cui è possibile ammirare le isole Eolie, mentre la porzione di fabbricato acquisita successivamente è stata adibita a museo (la parte acquistata per prima resta, invece, privata abitazione).

Nel “Museo di Civiltà Contadina”, troviamo la grande pressa – mossa un tempo da una mula – e la buca dove per caduta veniva raccolto in appositi tini di legno l’olio di spremitura; il vecchio canale delle “acque morte” che raccoglieva i residui di lavorazione delle olive; oggetti della quotidianità di un tempo, come tabacchiere, bilancini per cartucce da caccia, barattoli di latte condensato, chiavi, cartoline, stradere, reperti di cantine e di stalle abbandonate donati da alcune famiglie, nonché alcuni brachiopodi del genere terebratula in matrice rocciosa risalenti a 2,5-1,2 milioni di anni fa (età compresa tra il pliocene superiore e il pleistocene inferiore), i quali inducono a pensare che a Serro ci fosse un ambiente di mare poco profondo.

Ancora oggi il progetto è fluido e si arricchisce col continuo reperimento di (piccoli) oggetti e l’ideazione di nuove soluzioni strutturali per migliorare l’esposizione degli stessi.

Ma come si articolava la produzione dell’olio d’oliva?
«Dalla mollitura delle olive – dichiara Lino Giacobbe -, in tre fasi diverse si potevano ricavare il famoso olio extra-vergine d’oliva, l’olio semplice e la sansa. La sansa era una poltiglia fatta di olive e frammenti dei noccioli, la quale in passato aveva molte applicazioni, poiché poteva servire a dare luce, essere utilizzata nella cera oppure come sapone. Infatti, questa veniva venduta da Serro alla ditta “Vaccarino” di Giammoro per produrre sapone, una volta che ci si fosse accertati che il livello di umidità non fosse superiore al 25%. Infatti, il volume Raccolta provinciale degli usi della Camera di Commercio di Messina qualifica la sanza di frantoio “vergine” ed al tasso di umidità del 25% ne stabilisce, prezzo, modalità di consegna e pagamenti. Oggi non è più così perché dalla lavorazione meccanica delle olive si ottiene il 90% di succo lasciando un residuo asciutto, molto inferiore alla soglia minima di umidità e pertanto ciò che resta può essere utile a produrre eventualmente il pellet, per il quale è sufficiente il 5% di umidità».

Per la valorizzazione e la conoscenza del “Museo di Civiltà Contadina”, molto si è fatto negli anni passati: nel 2014 è stato firmato un protocollo d’intesa tra Comune, “Pro Loco” di Villafranca Tirrena e l’associazione “ViviSerro”. Il Comune qualifica l’Antico Frantoio sito d’interesse pubblico, insieme al museo della Medicina “Ottavio Badessa”, il Castello di Bauso e il Santuario “Ecce Homo” di Calvaruso.

Parecchie sono le scolaresche che visitano il frantoio, al quale si può accedere gratuitamente in qualsiasi momento, previo tempestivo preavviso da dare alla proprietà. Più volte, anzi, Lino Giacobbe si è detto disponibile ad effettuare un liberale atto di donazione dell’intero fabbricato ad un ente pubblico locale da individuare, subordinato al vincolo della perenne pubblica e gratuita fruizione del luogo.

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