Rangoon, Birmania, 1918. Edward, un funzionario dell’Impero britannico, fugge dalla fidanzata Molly il
giorno del suo arrivo per il loro matrimonio. Durante il viaggio, però, il panico si trasforma in
malinconia. Contemplando il vuoto della sua esistenza, il codardo Edward si chiede che fine abbia fatto
Molly… Nel frattempo Molly, decisa a sposarsi e stranamente divertita dalla fuga di Edward, segue le
tracce del fidanzato in un lungo grand tour asiatico.
“Questo film – racconta il regista Miguel Gomse – ha iniziato a prendere forma poco prima del mio matrimonio. Stavo leggendo un racconto di viaggio di Somerset Maugham intitolato Il signore in salotto. In due pagine del libro, Maugham narra il suo incontro con un inglese residente in Birmania. L’uomo era scappato dalla sua fidanzata attraverso
l’Asia finché lei non l’aveva trovato, dando così inizio a un matrimonio felice. È una storia che gioca su
stereotipi universali: la testardaggine delle donne che trionfa sulla codardia degli uomini.
Il percorso del futuro sposo seguiva l’itinerario del grand tour. All’inizio del XX secolo, si definiva
“grand tour asiatico” il viaggio che iniziava in una delle grandi città dell’Impero britannico in India e si
estendeva fino all’Estremo Oriente, terminando in Cina o in Giappone. Tanti viaggiatori europei lo
intrapresero, e molti di loro scrissero libri sulla loro esperienza.
Partendo dall’idea generale di un fidanzato in fuga che percorre l’itinerario del grand tour, abbiamo
deciso che avremmo scritto la sceneggiatura solo dopo averlo intrapreso anche noi. Abbiamo filmato il
nostro viaggio nel 2020, creando così un archivio visivo e sonoro. A partire da questo resoconto
audiovisivo della realtà, abbiamo poi scritto la sceneggiatura. Diversamente da quanto accade di solito
nei film che lavorano con l’archivio, le immagini che abbiamo utilizzato non appartengono al passato,
bensì al presente. Il resto del film, invece, girato nei teatri di posa di Lisbona e Roma, è ambientato nel
passato, nel 1918.
I due protagonisti del film percorrono un territorio così vasto per ragioni complementari: Edward
fugge dalla sua fidanzata Molly, mentre Molly insegue il suo fidanzato Edward. Lui vuole evitare, o
perlomeno rinviare, il loro matrimonio; lei, invece, è determinata a sposarlo. Le avventure che nascono
dagli spostamenti di Edward e Molly sono, in sostanza, il motore narrativo del film e sono frutto delle
interazioni virtuali tra i due: una sinfonia di incontri mancati provocati dalla casuale intromissione degli
altri e del mondo.
Come nelle screwball comedies degli anni ’30 e ’40, la donna è una cacciatrice mentre l’uomo è la sua preda.
Ma in Grand Tour i due protagonisti sono separati sia nello spazio che nel tempo e il cambio di
prospettiva dal personaggio maschile a quello femminili trasforma la commedia in melodramma.
Ci sono vari grand tour in questo film. C’è il percorso geografico che si disegna nelle immagini dell’Asia
contemporanea e che corrisponde all’itinerario percorso dai protagonisti in un’Asia immaginaria
costruita in studio. C’è il grand tour emotivo che Edward e Molly vivono ognuno a modo proprio e che
rappresenta un territorio non meno vasto di quello che percorrono fisicamente. E soprattutto, c’è
l’immenso grand tour che unisce ciò che è separato: i paesi, i generi, i tempi, la realtà e l’immaginazione,
il mondo e il cinema. Ed è proprio quest’ultimo grand tour in cui vorrei invitare gli spettatori. È a
questo che serve il cinema, credo”.
“Grand Tour” ha vinto il premio per la miglior regia all’ultimo Festival di Cannes e sarà nei cinema italiani a partire dal 5 dicembre.




