Da Lunedì, Immuni “debutta” in tutta Italia

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“Quest’app viola la mia privacy”, “Io, i miei dati non li do a nessuno” “La scarico certamente: almeno mi sento al sicuro” “ Facebook viola la privacy di tutti, non capisco perché in questo caso sia un problema”: sono solo alcune delle frasi più gettonate sui social, e non solo, quando si parla di Immuni.

Sin dal momento in cui è stata annunciata Immuni, si sono creati due fronti opposti ben decisi, agguerriti e decisamente pochi inclini a sentire il parere dell’altra parte: i favorevoli, convinti che l’app aiuti a tracciare la diffusione del Covid19 e prevenire situazioni critiche, e i contrari, che gridano allo scandalo e alla violazione della privacy e della libertà. Ma è davvero così? Come funziona esattamente Immuni?

Come tutte le app, Immuni deve essere scaricata sul telefono, come tutte chiede delle info, in questo caso l’app chiede l’autorizzazione ad accedere al Bluetooth, per la trasmissione di dati senza fili. Un po’ come quando accendiamo gli airpods per ascoltare la musica o parlare al telefono. Niente geolocalizzazione, usata invece da app come Facebook, Google e molte altre. Dopo aver concesso l’autorizzazione, Immuni creerà una chiave alfanumerica  che produce un codice identificativo: l’ID sarà valido per 15 minuti, poi ne verrà generato un altro automaticamente. Nessuno conoscerà l’ID della persona né la chiave alfanumerica (nota solo ed esclusivamente all’app), quindi se qualcuno provasse a violare il telefono, non potrebbe risalire all’ID né all’identità della persona.

A questo punto, gli smartphone con Immuni entrano in contatto tra loro se i proprietari sono in prossimità, tipo quando si va a correre (abbiamo scoperto di essere un popolo di runners, oltre che di navigatori e calciofili), si è al bar, su una panchina, in coda al supermercato: l’app fa scambiare l’ID degli smartphone, viene registrata l’informazione esclusivamente nella loro memoria, senza inviare alcun dato a nessun altro. Immuni calcola così la distanza minima raggiunta con gli altri smartphone, e il tempo di permanenza in loro presenza, dati importantissimi visto che in due mesi e mezzo abbiamo imparato che la distanza salva e non fa trasmettere il virus. In tutto questo processo, Immuni non registra mai la posizione geografica dello smartphone, perché il bluetooth non è il GPS, né la condivide con altri.

Se si prova a fare un esperimento con un’altra app, si scoprirà che quella conosce i nostri interessi, i luoghi che vorremmo visitare, l’acquisto che abbiamo pensato ad alta voce di fare (Google Assistant e Alexa registrano le conversazioni, per dire): ci stupiamo quando notiamo che l’app sa tanto di noi, eppure la nostra privacy è stata violata. Gridiamo meno allo scandalo perché abbiamo scelto di utilizzarla sapendo che avremmo ceduto una buona parte di noi?

Sia come sia, dopo un periodo di prova in alcune regioni, Immuni sarà attiva su tutto il territorio nazionale a partire da lunedì 15 giugno, e il Premier Giuseppe Conte ha detto che l’app è la prima nel mondo occidentale per la sua utilità e al tempo stesso rispetta la privacy dell’utente (affermazione che in Corea del Sud non si possono permettere).

Nonostante qualche problema con alcuni tipi di  device (Huawei e Honor), Immuni è scaricabile dagli store digitali di Apple e Google, e il suo successo è legato a quante più persone la scaricheranno. Il Governo e le autorità sanitarie contano sulla collaborazione degli italiani. Non resta che chiedersi se  dopo due mesi di lockdown, qualcosa di buono ce lo siamo portati dietro.

Cristina Izzo

Press Office, Press Reviewer, Web Content Creator, Collaborator for LaTuaNotizia,

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